Cinema

Transformers? No, sono cyborg-pugili

staff
25 novembre 2011


Ambientato in un futuro non troppo lontano, “Real Steel” ritrae un mondo in cui la boxe è stata messa fuori legge, e dove i robot hanno sostituito gli esseri umani nei tornei di lotta. Hugh Jackman è Charlie Kenton, un pugile in pensione che per reinventarsi girovaga con il suo robot da combattimento, intrattenendo la gente per soldi, ma la sua vita sregolata lo porta ad affrontare dure perdite economiche e a farsi nemici tra i creditori; inoltre Charlie si ritrova con la custodia temporanea del figlio Max, un ragazzino di cui non conosce nemmeno l’età. Una notte, mentre cercano in una discarica alla ricerca di parti di robot, Max ne scopre uno che, sebbene vecchio e sottodimensionato, è integro; con l’aiuto di Bailey (Evangeline Lilly), Charlie e Max riescono a riattivare al meglio l’automa, tanto da conseguire più vittorie nel torneo di boxe.
“Real Steel” è diretto da Shawn Levy (“Una notte al museo”, “Oggi sposi… niente sesso”), con la sceneggiatura di John Gatins tratta dal breve racconto di Richard Matheson “Acciaio”, che aveva già ispirato un omonimo episodio della quinta stagione di “Ai confini della realtà” nel 1963. Il film riesce a farsi apprezzare, ma mai veramente fino in fondo nonostante elaborati effetti speciali e un cast piuttosto forte. I robot (frutto di una tecnica mista di animatronics e computer grafica) assomigliano forse troppo ai Transformers, lasciando che gran parte dell’atmosfera, soprattutto durante gli incontri sul ring, sia resa dalla “elettronica” colonna sonora di Danny Elfman. Il regista opera una sorta di doppio taglio cinematografico: da un lato, c’è la storia dei cyborg da combattimento e della popolarità di uno sport diventato ormai un mero spettacolo di violenza, dove c’è quasi una gioia sadica nello smembrare i robot, modificarli nelle cromature e nei vari fluidi di funzionamento, tutto quello che sarebbe impossibile fare ad una persona in carne ed ossa… Alquanto inquietante, se si pensa che i cyborg sono stati progettati per essere conformi agli uomini, con due braccia, due gambe, una testa, una postura eretta. Dall’altro lato, troviamo un padre e un figlio che finalmente costruiscono un rapporto che non avevano mai avuto. Ma al contrario di come sarebbe più ovvio pensare, la maggiore empatia da parte dello spettatore, più che con i protagonisti “umani”, è rivolta ad Atom, il vecchio e scalcinato robot, nel quale traspare un qualche accenno di umanità: una crepa sul suo pannello frontale assomiglia molto ad un sorriso, e nelle lunghe inquadrature sugli occhi sembra quasi che Atom stia fissando il suo riflesso, come se provasse qualcosa.
Il film funziona davvero, solo se accettiamo Atom come un personaggio in piena regola, visto che il protagonista Charlie non è propriamente un eroe, un uomo che realmente dimostra di essere cambiato: in realtà, il suo approccio cinico rispetto al rapporto amichevole che il bambino instaura con l’automa, potrebbe indurre i più maligni a pensare che Charlie stia semplicemente usando il figlio come un mezzo per raggiungere fama e fortuna. L’unica ragione per cui noi siamo certi che non sia così, è perché in fondo questo è un film per famiglie targato Touchstone.

 

Giorgio Raulli


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