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Cappadocia, tra cielo e terra

Carla Diamanti
8 giugno 2017

Sagomata dalla lava incandescente, da tonnellate di ceneri solidificate, dal vento, dall’acqua dagli anni. “Benvenuti nel ventre della terra”, sembra dirmi tutto quello che mi circonda. Milioni di anni di vita, tanti quanti quelli della geografia stessa. La Cappadocia mi parla, mi affascina, mi sfida a cercare di comprenderla oltre ciò che è facile, accessibile. A poco più di un’ora da Istanbul cambiano tutti i riferimenti e il panorama.

Mi ritrovo nel “paese dei cavalli di razza”, secondo il significato del nome della Cappadocia in persiano. Il paese in cui la natura si riprende gli spazi, imponendo all’uomo di adeguarsi ai suoi umori e ai suoi colori. Quelli delle stratificazioni delle rocce nate dalla sedimentazione delle ceneri sferzate dal vento che le ha modellate in pinnacoli, coni, funghi, anfratti, dove l’uomo ha ricavato i suoi spazi, ora case ora santuari, ora intere città sotterranee. Dove ha cercato di imprimere il suo segno colorando pareti, disegnando storie sacre, cercando conforto e chiedendo protezione alle divinità.

Case di fate che si alternano a gole, crepacci e creste sulle quali devo arrampicarmi per andare a scovare cappelle dipinte mentre mi sembra di tornare bambina e di immaginare che quei sassi in equilibrio su colonne di pietra siano cappelli lasciati da giganti di passaggio. In realtà sono il libro su cui leggere le bizzarrie di questa natura e le diverse consistenze di questa roccia che perciò ha opposto differenti reazioni agli agenti atmosferici.

Un territorio straordinario racchiuso fra tre cittadine dove la durezza della terra si offre una pausa golosa nelle vetrine delle pasticcerie, colme di morbidi loukoum. Impilati a ricordare le montagne alle porte delle città, nascondono frammenti di pistacchio, petali di rose, sfumature golose del territorio. Altre vetrine sono colorate dai kilim degli artigiani, o incorniciate da travi scolpite attorno alle finestre delle case. Quelle antiche erano invece un tutt’uno con la terra, di cui l’uomo aveva preso possesso utilizzandone gli anfratti come magazzini per il cibo, cisterne per raccogliere acqua, angoli dedicati al culto e poi stanze dove abitare o nelle quali rifugiarsi, grazie a un impressionante sistema di scale che scendeva fino nelle viscere della terra.


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