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Triora, il paese delle streghe

Carla Diamanti
17 marzo 2016

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Quello che dovrebbe essere il mio weekend da brivido comincia su una stradina tortuosa che porta a un ponticello al fondo di una valle e poi comincia a inerpicarsi in montagna fino a un vecchio bosco di querce. Prosegue e arriva finalmente in un vecchio borgo con il cuore fatto di carrugi stretti stretti che si fanno largo fra palazzi di pietra e con i portoni incorniciati da bassorilievi in ardesia. Sono tutti consumati dal tempo, e su qualcuno riesco a scorgere date, iscrizioni e simboli strani. Mi aggiro a piedi passando sotto archi di pietra e minuscole piazzette e raggiungo il misterioso vicolo Pizzetto vicino all’antica piazza del mercato. Le inferriate alle finestre proteggono le stanze utilizzate tanti secoli fa come prigione e luogo di tortura. Di chi? Ma come di chi. Delle streghe, evidente! Sembra che si riunissero (di notte, certo) nel bosco di querce, quello che ho attraversato in macchina prima di arrivare a Triora, Liguria di Ponente. Danzavano, cantavano, accendevano i fuochi e sicuramente si libravano in aria volando sui manici di scopa. Accusa gravissima, punita con reclusione e torture. Ma con regolare processo, sissì.

Quello di Triora, raccontato nel Museo Etnografico della Stregoneria, fu uno dei più importanti della storia e quello che valse a questo borgo dell’entroterra celebre per castagne, lumache e olio, il titolo di “paese delle streghe”. Cominciò nel 1587, durò tre anni e si concluse con la condanna a morte, ça va sans dire. D’altronde pare che la zona fosse colpita da una terribile carestia che andava avanti da oltre due anni: era necessario trovare un colpevole.
Cammino da sola per le stradine deserte, come capita nei giorni di settimana lontani dalla stagione turistica. Durante il weekend invece il paese si popola di visitatori che curiosare, fare una passeggiata sui luoghi dei famosi raduni (dove si pensava che crescesse la mandragora) e portare a casa un po’ dell’”erba stregona” del posto, consigliata contro raffreddori o insonnia, o un po’ di “pane della strega” sfornato fresco fresco tutti i giorni.

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