Cinema

Tutti per uno, uno per il 3D

staff
14 ottobre 2011


Un’altra vecchia minestra riscaldata. Questa volta si tratta de “I tre moschettieri” di Alexander Dumas.
L’ultimo film, “D’Artagnan“, che risale a 10 anni fa, fu un flop al botteghino.
Oggi ci riprova il regista di “Resident Evil” e “Alien vs Predator” Paul W.S. Anderson, con un progetto finanziato dalla Germania: visivamente il film è impeccabile; girato a Potsdam in uno dei più bei castelli della Baviera, con i costumi di Pierre-Yves Gayraud, la pellicola respira grazie all’eleganza delle ambientazioni e alla fantasia degli abiti.
Siamo nella Francia del XVII Secolo. Il giovane e focoso D’Artagnan (Logan Lerman), si unisce agli inseparabili moschettieri Athos (Matthew Macfadyen), Porthos (Ray Stevenson) e Aramis (Luke Evans) contro le forze del malvagio Rochefort (Mads Mikkelsen) e naturalmente contro il cardinale Richelieu (Christoph Waltz) e la diabolica baronessa de Winter (Milla Jovovich), assetati di potere. Con fascino, spirito e coraggio, i quattro riusciranno a salvarsi da situazioni di precarietà, ma soltanto nello scontro finale sarà chiaro l’esito della loro estenuante lotta.
L’idea di rinnovare un classico come quello di Dumas in stile più moderno e d’azione sulla scia, ad esempio, di Guy Ritchie con Sherlock Holmes, non è sbagliata, ma il tentativo di blockbuster non riesce di fatto a concretizzarsi. Certo è che il film offre almeno un buono spirito di avventura, con abbondanti (forse troppe) scene d’azione che sono il marchio di fabbrica di questo regista: uno dei problemi principali del film è che le stoccate di scherma sembrano in realtà colpi da arti marziali, e i moschettieri dei ninja; eccessiva, in qualche caso, la slow-motion “effetto Matrix”. Anche se il film ha anche un cast di primo piano, Anderson non riesce a combinare i singoli componenti dando vita a un film un po’ debole che non si riesce a prendere sul serio fino in fondo; Logan Lerman (“Percy Jackson”) come quarto moschettiere serve più che altro come figura di identificazione per lo spettatore, ma, ahi lui, nulla di più. Il Duca di Buckingham sembra invece il risultato della fusione tra Orlando Bloom e un Ivan Cattaneo degli anni ottanta, mentre Freddy Fox interpreta in modo divertente il vanesio Luigi XIII, la cui preoccupazione maggiore pare proprio essere il suo guardaroba e il colore del suo prossimo vestito, a dispetto della guerra e degli intrighi. Macfadyen, Stevenson e Evans riescono, da bravi moschettieri, a comunicare una certa complicità e sinergia, nonostante i personaggi siano chiusi dentro schemi ben precisi e un po’ banali: Athos è il nobile, Porthos l’intenso e seducente e Aramis bruto e impulsivo. Christoph Waltz, sebbene abbia alcune battute buone e la sua presenza scenica impreziosisca già da sola il film, è molto al di sotto del suo potenziale, e ovviamente nel cast non può mancare l’affascinante Milla Jovovich (“Il Quinto Elemento”, “Resident Evil”), l’attrice preferita del regista, nonché sua moglie.
Il film, tuttavia, è chiaramente costruito per un intrattenimento leggero spettacolare in stile “Pirati dei Caraibi”, ma purtroppo Paul Anderson è riuscito a banalizzare un classico, pasticciandolo e creando una storia visivamente ben gestita, piena d’azione ed effetti speciali… Il solito film per il 3D.

 

Giorgio Raulli


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