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Ultimo week end d’estate

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6 settembre 2012

Io credevo che la mia estate fosse abbondantemente finita e invece venerdì sera ho ricevuto una buona notizia: si andava via, per una meta ignota, fino a lunedì. Finalmente l’inatteso che avrebbe portato via le angosce settembrine per un paio di giorni.

Nel cielo del Salento li sole, mentre a Bari imperava il mal tempo: la pioggia che ricorda cosa è finito e cosa sta per iniziare.
Il mare che è così vicino, lì, a due passi dalla sdraio ma che porta già alla mente il ricordo di tanti bagni ormai andati.
Le feste, le luci, il cibo del sud.
Le viuzze piene di colori, borse, gioielli e coralli.
Passeggiare e rendersi conto che la vita di famiglia si svolge sulla soglia di casa. I finestroni sono aperti, il dentro e il fuori si confondo in un unico luogo d’incontro. Tre generazioni sono sedute: le sedie in circolo, la televisione accesa che fa da sottofondo, la tavola perennemente apparecchiata. Queste sono le serate d’estate. Il passante potrebbe invitarsi al convivio, potrebbe sedersi e gli sarebbe subito offerto del buon vino.

Intanto io mi fratturo un dito del piede, perché le mie ossa sono più fragili di quanto credessi e io sono più sbadata che mai. Ma l’incidente non vince sul mio stato di grazia.
La serenità va avanti a passi solo un po’ più lenti. Il ritmo è zoppicante ma non si ferma.

Nel mio immaginario è ancora Agosto, ma il calendario segna Settembre e con Settembre arriva il numero di Vogue, quello che bisogna leggere per forza, quello a cui non si può rinunciare. E quindi, assieme al dito rotto e gonfio, assieme alla sabbia lavica e nera, c’è lui. La copertina racconta l’omologazione, racconta l’asfisiante necessità di essere perfette e, nella perfezione, uguali alle altre. Vogue apre con una denuncia. Con una protesta.
L’inserto parla di Dolce e Gabbana, della loro rivisitazione continua e dissacrante degli stilemi delle donne del sud: il nero, segno di lutto, diventa arma di seduzione e pizzi e velette lasciano trasparire pezzi di corpo, pezzi di anima. E questo giornale patinato, che pesa quanto il mio Luperini, mi porta alla stagione fredda.

Quindi sono con la mente in estate, con il corpo a Settembre e con la moda in inverno.
Sincronia e diacronia si confondono.
E come se non bastasse, il presente e il passato si uniscono nelle note delle canzoni che il lido passa. I classici degli anni Sessanta, Gino Paoli, Johnny Dorelli. La musica che piace a me e le colonne sonore che mi parlano d’amore. E, senza accorgermene, si improvvisa un lento a piedi nudi, su quella sabbia scura ancora più soffice di quella chiara, con il costume addosso e le ciglia ancora bagnate.

Quello è un momento di felicità che, malgrado i passi claudicanti, fa capolino in un luogo dove non pensavo di poter essere.

Adesso è vero: l’estate è finita ma è finita nel modo migliore che potessi desiderare.
Al momento ho solo nove dita all’attivo, ma cosa volete che sia? In compenso ho il volto rilassato e il sorriso sulle labbra.

 

Saluti e baci dal Salento.
St.efania