Arte

Un nòstos fra colonne e Tradizione

staff
8 settembre 2012

Vi è nostalgia, cioè “dolore per il ritorno” (nostos + algos, ritorno + dolore), nelle parole di Cesare Brandi.
Si tratta di pagine appesantite da un fardello di malinconia per quel glorioso passato a cui la civiltà occidentale ha attinto ampiamente, per poi disfarsene venuta meno l’utilità pragmatica. L’orientamento prevalente nell’affascinante “Viaggio nella Grecia antica” è tuttavia la meraviglia, lo stupore incondizionato di un colto accademico di fronte alla travolgente potenza, estetica e spirituale, di un mondo che l’approfondimento degli studi teorici non può pienamente dispiegare nella sua realtà di vita inconcussa.
Vivere la Grecia antica nell’affermazione della sua eterna dimensione vitale, questo è il messaggio cardine del testo di Cesare Brandi. É la già citata meraviglia ad accompagnare l’autore durante il viaggio nell’Ellade compiuto nel 1954, quel medesimo thauma che l’autorità di Aristotele pone nella “Metafisica” all’origine della filosofia. E l’ “amore per il sapere” è costantemente evocato nelle riflessioni di Brandi, ove unito all’estetica, all’archeologia ed agli stimoli poetici definisce un quadro organico di un’ importante esperienza intellettuale, ma soprattutto esistenziale.
I viaggi in Grecia, se condotti con sensibilità ed apertura rispetto a quanto si offre all’esploratore, sono inevitabilmente esperienze di Bildung, di formazione personale. Il coevo itinerario heideggeriano, reso recentemente accessibile grazie a Guanda ai lettori italiani con il titolo “Soggiorni. Viaggio in Grecia”, rivela una ricerca simile, pur nelle peculiarità dei due intellettuali.
É in tale clima di tensione ideale che Creta, Delfi, Atene, Mistrà, Micene e Olimpia assurgono a simboli artistici di topoi perenni, sedi di divinità archetipiche. Ampio spazio rivestono poi le considerazioni archeologiche: la costante critica all’opera di Sir Arthur Evans ed alle forme più invasive di restauro risponde ad un preciso indirizzo estetico, secondo cui “Un monumento ce lo consegna la storia, e qualsiasi intervento che ne cambi l’aspetto deve essere giustificato da superiori ragioni di estetica o di conservazione. Ma tali ragioni, e il modo col quale vengono attuate, non devono servire a cancellare la storia, e cioè il tempo che è passato sul monumento; e neppure a sostituire all’aspetto, con cui la storia consegnava il monumento stesso, un aspetto che, senza potersi porre come l’originario, ne costituisca una versione ridotta e magari con esiti del tutto opposti a quelli autenticamente strutturali.”

Il lascito più prezioso di Cesare Brandi, sotto questo profilo, è risolutamente colto da Vittorio Sgarbi nella sua sintetica ma conivolta prefazione: “Occorre rimettere in accordo il cuore degli uomini viventi con il cuore degli uomini passati per compiere una vera e propria opera di restauro. Forse è davvero questo lo spirito profondo della tua teoria: il restauro non è un recupero passivo, ma un sentimento dell’opera e del suo contesto con lo stesso spirito degli uomini che l’hanno creata.”

Luca Siniscalco

“Viaggio nella Grecia antica”, di Cesare Brandi, Bompiani, pp. 144


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