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Un nuovo modo di fare moda

staff
12 aprile 2012

Tutte sono delle fashion icon. Molte vengono divinizzate, altre guardate con diffidenza, altre ancora temute. Spesso criticate. Alcune restano sempre uguali a loro stesse, altre suscitano scandali, qualcuna esagera con look troppo stravaganti. Sono le direttrici dei giornali di moda. Anna Wintour, Carine Roitfeld e la nostrana Franca Sozzani.

Molti dimenticano che innanzitutto loro sono giornaliste. Esperte del settore, così come lo era la leggendaria Diana Vreeland, che trasformò radicalmente la figura della “direttrice” di moda. Richard Avedon, suo grande amico disse: “Un tempo le redattrici di moda erano signore della buona società che mettevano dei cappelli ad altre signore della buona società” ma dopo l’arrivo di Diana le cose cambiarono. Lei seppe imporsi con la sua personalità eccentrica e visionaria, realizzando servizi di moda che anticipavano i tempi e contemporaneamente mettevano in luce i problemi del presente. Dagli anni Trenta a gli anni Ottanta seppe svecchiare il fashion system costruendo un’immagine nuova. Quando, dopo aver militato nelle fila di Harper’s Baazar per 25 anni, approdò alla direzione di Vogue America, il giornale non era quello patinato che conosciamo noi oggi. Da lady dell’high society si improvvisò nel 1936 working woman, scoprendo in se stessa lo spirito imprenditoriale che la portò a divenire una delle donne più influenti del tempo. Non era bella. Non passava mai inosservata ma non era bella. Era il suo innato chic a conquistare tutti. Dei suoi tratti spigolosi e del suo naso importante fece un tratto distintivo. Non aveva paura di enfatizzare le imperfezioni. Ma era sempre e comunque, perfetta. Ogni minimo particolare era studiato, e lei non temette d’indossare i grandi abiti couture che da quel momento in poi non vennero più destinati solo alle donne dalla bellezza algida. Aveva mani lunghe e sempre scrupolosamente curate, un taglio di capelli a “caschetto” che ricorda quello intramontabile della Wintour. Molte sono le fotografie firmate da grandi nomi, che la ritraggono nella sua casa, nel suo ufficio e mentre con i suoi tipici tailleur di Chanel, sedeva dietro la scrivania. Non si occupò mai solo di moda in senso stretto. Effettuò una rivoluzione copernicana scoprendo e favorendo nomi del calibro di Yves Saint Laurent, Pucci e Courrèges, prese sotto la sua ala protettiva Mick Jagger, Mia Farrow e Marisa Berenson. Il lavoro era per lei passione sfrenata, gusto per l’iperbole. Queste sue visionarie e surreali convinzioni le costarono anche il posto. Fu infatti licenziata e allontanata da Vogue per via delle spese astronomiche per i suoi servizi di moda. Ma non perdendosi d’animo iniziò a lavorare come consulente per il Costume Istitute, organizzando mostre meravigliose che fecero storcere il naso agli accademici, ma che furono in grado di calamitare l’attenzione del mondo.

E’ lei che ha dato il via alla nascita della figura della direttrice di moda che conosciamo noi oggi. Anna Wintour & Co. sono tutte sue figlie. E la sua eredità non solo è stata accolta, ma è anche stata portata al limite del reale. Leggenda vuole che il primo colloquio di lavoro della giovane Wintour negli uffici di Vogue le venne fatto dalla Vreeland e che alla domanda “Che ruolo vorrebbe rivestire qui?”, lei avesse risposto “Esattamente il suo!”. Questo aneddoto è assolutamente in linea con la fama di donna glaciale e di direttrice spietata. Le due hanno molte cose in comune: entrambe non possono dirsi belle, entrambe hanno fatto dei loro difetti fisici grandi punti di forza, ed entrambe sono note per una spiccata predisposizione alla spesa di budget altissimi da investire per la realizzazione dei servizi fotografici.

Il mondo di Vogue, dorato e spietato, è stato reso di dominio pubblico grazie a “Il diavolo veste Prada”, libro nato dalla reale esperienza di  Lauren Weistenber, ex-assistente della rinomata direttrice, balzato agli onori della cronaca grazie alla trasposizione cinematografica che ha messo in luce le brutture di un sistema che si abbevera dalla fonte sacra del lusso. Anna Wintour guadagna 2.000.000 dollari e ha a disposizione un budget di altri 200.000 dollari da spendere in abbigliamento. Cifre che farebbero girare la testa a molti.

Ma il tempio della moda è anche questo: l’iperbolica rappresentazione di un mondo alla rovescia, dove è sempre Carnevale.

 

St.efania