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Un viaggio in treno

staff
10 maggio 2012

In un era in cui non esistono più le agende, si è soliti appuntare tutto su questo I phone. Qualche giorno fa rileggevo le note più vecchie: c’è veramente di tutto. Articoli. Poesie. Titoli di canzoni. Riflessioni. Promemoria. Appuntamenti dall’estetista. Un po’ di sacro e un po’ di profano.
Poi è spuntato fuori questo. Non era nato per essere pubblicato, e per molto tempo è rimasto chiuso nel cassetto dei miei pensieri, ma oggi sento l’esigenza di farvelo leggere. Non ho cambiato una virgola, non l’ho corretto. L’ho scritto tempo fa durante un viaggio in treno. Spero vi piaccia.

“La bellezza del treno sta nella lentezza del viaggio. Nell’era degli aerei veloci, dei voli brevi, il caro vecchio treno rimette tutto nella giusta ottica. Ammirando il paesaggio e non il panorama. Guardando il verde delle colline e non solo l’azzurro del cielo. Le eteree nuvole cedono il posto alla concretezza delle case e delle strade. E si parla. Si conosce gente.
Si incontra il vecchietto ben vestito, con accanto la moglie, che dice di essersi iscritto a “feisbùk” per seguire la bacheca del sindaco di Bari e di essersi auto-eliminato dopo tre giorni perché i parenti lo chiamavano complimentandosi con lui per il suo inaspettato slancio tecnologico. Parla perfettamente di link e tag ma ammette di non essere interessato a quello che fanno gli altri. Quindi ha deciso di ritornare ad essere un vecchietto senza notifiche.
Poi c’è l’attivista con a casa quattro cani e cinque gatti, che fa volontariato nel canile e vive a Bari da 18 anni. Ha un appartamento a Roma e un pessimo rapporto con la madre e la sorella. Non sposata, senza figli. Ha scritto già un testamento e sei anni fa ha visto la morte in faccia. È a favore della castrazione degli animali e adora la sua migliore amica.
Poi, il simpatico clochard che gira l’Italia con uno zaino sulle spalle da trent’anni. Adesso ne ha sessanta. Non condivide le gabbiette per gli animali sui treni e vorrebbe che in quelle stesse gabbiette ci finissero i politici.
Poi, la giapponese con marito e figlie al seguito che tira fuori una penna e un taccuino e inizia a scrivere. I suoi strani segni sembrano equazioni irrisolvibili. Guarda fuori dal finestrino e pensa. Una poesia? Un diario? Un pensiero? Non mi è dato saperlo. Mi è dato solo ammirare quei geroglifici che non mi appartengono, quelle idee che non sono mie. Quei pensieri che per me resteranno sempre ignoti.
Queste persone che per me, saranno d’ora in poi, un po’ meno sconosciute.”

Una nostalgia,
St.efania