Una candela per Parigi

Alberto Corrado
15 novembre 2015

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Emozione, incredulità, ma anche ribellione e determinazione: le parole fanno fatica a esprimere l’ondata di shock che attraversa la Francia a due giorni dall’attacco terroristico contro il Rst La Casa Nostra, Stade de France, Rst La Petit Cambodge, la sala da concerti Bataclan, Rst La Belle Equipe.

Uno shock che ci riporta, fatte le dovute proporzioni, a quello provato l’11 settembre 2001 dall’intero pianeta.

In una serata autunnale, in piena Parigi, a sangue freddo, dei terroristi, in azione in tre squadre coordinate, hanno assassinato civili che avevano scelto di condividere con amici o conoscenti dei momenti di svago.
Il bilancio, sfortunatamente ancora provvisorio e in continua evoluzione, è pesantissimo: 129 morti e 352 feriti, di cui 99 in stato di urgenza assoluta, 177 in urgenza relativa.

Questo sinistro commando jihadista ci ricorda crudelmente che per alcuni, oggi, la libertà di pensiero e di espressione è una minaccia intollerabile contro la legge di Dio che sognano di imporre. “È la repubblica nel suo insieme che è stata aggredita”, come ha detto il presidente François Hollande ieri sera alle tv di tutto il mondo.
Quella Repubblica aggredita nel suo motto, “Liberté, Egalité et Fraternité”, e nei suoi valori.
Respinta nel principio di laicità e nel suo impegno a “rispettare tutte le fedi religiose o filosofiche”.

Attaccata nella sua volontà di far vivere il pluralismo delle convinzioni e delle coscienze. Aggredita, ancora, nella sua ambizione di essere indivisibile. Perché l’attentato contro Parigi non è solamente un crimine, non cerca solo di seminare la paura nelle coscienze. È anche una trappola: vuole alimentare le divisioni, i sospetti, le diffidenze che attraversano la nostra società.

È infine la Francia l’obiettivo, poiché il paese è in prima linea, solo o con i suoi alleati, nella guerra contro il jihadismo internazionale. Come accade da due anni in Mali e nella regione del Sahel, o negli ultimi mesi in Iraq e ai confini della Siria contro la barbarie dello stato islamico. Da ventiquattr’ore i tantissimi messaggi di sostegno dall’Europa, dagli Stati Uniti e da molto più lontano, e dalle redazioni del mondo intero, testimoniano che la comunità internazionale ne è perfettamente cosciente.

Di fronte a queste minacce il presidente Hollande, con loro, tutti i leader politici, lo hanno ripetuto: in questa prova la Francia deve unirsi, compatta, e restare unita nella difesa dei suoi valori, prevenire ogni confusione tra gli autori dell’attentato e tutti i musulmani, tra il fanatismo e la fede.

Ma ora è fondamentale che questo consenso resista, domani, di fronte alla tentazione di trovare in questo dramma l’occasione di polemiche politiche. Tocca ai partiti politici di tutto il mondo mostrarsi all’altezza di questa sfida lanciata alla democrazia. Perché questa strage ci mette di fronte alla nostra responsabilità. Quella di non cedere alla tentazione liberticida e securitaria.E quella di rispondere a quest’attacco contro la libertà e la convivenza con più coraggio e più intelligenza.

La reazione dei francesi dimostra che hanno capito tutto questo. È rassicurante. A decine di migliaia, da place de la République a Parigi al cuore di tutte le principali città del paese, sono scesi in strada spontaneamente per esprimere la loro emozione, la loro solidarietà, la loro indignazione, la loro volontà di fare fronte, insieme, in piedi, liberi. Il loro messaggio per riassumere tutti questi sentimenti è stato “Je suis Paris”.

Sì, “siamo tutti cittadini di Parigi”. Al di là della caccia all’uomo della polizia per ritrovarli, è la migliore risposta che possiamo dare agli autori di quest’ atto di guerra contro la Francia e contro noi tutti che desideriamo vivere in pace. Lo dobbiamo alle vittime e alle persone che in questo momento si disperano per i propri affetti strappati alla vita.

Come dice un proverbio spagnolo, “Vivir con miedo es como vivir a medias”, vivere con la paura è come vivere a metà. E farci vivere a metà è quello che vogliono i terroristi. Sta a noi non permetterlo.