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Letteratura

Una folle trappola autarchica: “Il condominio” di Stanley Elkin

staff
22 luglio 2012

Un romanzo comico? Certamente le risate non mancano – impossibile resistere al sottile e brillante umorismo ebraico. Ma non è di certo una storia spensierata. Si potrebbe pensare “Il condominio” come  uno di quei romanzi (ma anche racconti lunghi o novelle, a voi la scelta) che hanno il grande dono di saper raccontare la disperazione senza perdere il sorriso, per quanto tirato e beffardo.
Stanley Elkin, scrittore e accademico, ebreo nato nel Bronx del 1930, doveva essere un maestro di ironia anche nella vita. Colpito da diversi infarti e dalla sclerosi multipla, non si arrese mai alla malattia, aggredendola con forza e, possiamo immaginare, con lo stesso atteggiamento umoristico che dimostra nei suoi lavori letterari. Con la recente pubblicazione de “Il condominio”, minimum fax porta avanti la sua missione di proporre ai lettori italiani il meglio della letteratura americana contemporanea, con i titoli di autori, come Elkin, purtroppo spesso ignorati.
Il romanzo vide la luce nel 1973, ma a parte gli accenni alla guerra, alla rinascita economica, agli odi razziali – questi, in realtà, non smettono mai di essere attuali – si potrebbe ambientare tranquillamente ai giorni nostri.
Marshall Preminger, il protagonista, è un tipo bizzarro. Ha trentasette anni, una carriera da piccolo conferenziere alle spalle, un carattere in bilico tra eccessi opposti. Tende all’irascibilità, e questo lo ha portato ad avere il suo primo infarto a trentatré anni, ma sente anche un forte bisogno di compagnia, di certo aggravato dalla sua frustrazione sessuale.
Alla morte del padre Marshall ne eredita l’appartamento, e quasi d’impulso decide di trasferirsi dal Montana a Chicago, a casa del genitore, nel lussuoso complesso residenziale delle “Harris Towers”. Dal momento che i rapporti con Phil Preminger non erano dei più stretti, Marshall non conosce cosa lo aspetta nella sua nuova sistemazione: un microcosmo di con-domini, una comunità legata da un elitario contratto sociale, i fondatori di una nuova utopia che vede la proprietà come unico principio.
Le Harris Towers ospitano un migliaio di persone, per la maggior parte oltre la sessantina, e sono governate amorevolmente da una rete capillare di associazioni: il Comitato per le Attività, quello per la Sicurezza, per l’Istruzione, e addirittura da un folle Comitato dei Comitati. Ed è semplice capire che la vita in questo universo dislocato e popolato da vecchietti gretti, razzisti e impiccioni, non migliorerà la situazione di Marshall, che già tanto stabile non è.
Da padroni a schiavi della proprietà: Elkin dimostra che il confine è molto sottile, e lo descrive come quello – labile, inconsistente – tra salute e follia.

 

Maria Stella Gariboldi


“Il condominio” di Stanley Elkin, traduzione di Federica Aceto, minimum fax, pp. 192.


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