Letteratura

Una giorno nella vita di Dorothea Wutz

Marina Petruzio
24 ottobre 2015

Dorothea Wutz cover

Ein Tag im Leben der Dorothea Wutz, letteralmente “Una giorno nella vita di Dorothea Wutz”, di Tatjana Hauptmann è un silentbook pubblicato in Italia per la prima volta da Emme Edizioni nel 1978, con l’esilarante titolo di “Un giorno nella vita di Cecilia Lardò”, fortunatamente ridato alle stampe grazie all’editore svizzero Diogenes.

Se in Le case degli altri bambini è proprio un bambino che racconta le case dei suoi amici, partendo dalle emozioni e dalle sensazioni provate visitandole, riflettendo sul significato di che cos’è casa, con Dorothea Wutz condividiamo il piacere di essere ospitati, entriamo letteralmente in casa sua, passiamo una giornata dentro casa, in famiglia.

L’albo, di rara bellezza e preziosità, ha pagine in cartoncino avorio illustrate solo sul fronte che presentano fustellature e aperture che rendono quasi tridimensionale la scena e che introducono i lettori, di pagina in pagina, attraverso le porte delle varie stanze che compongono casa Wutz, aperte o socchiuse, per enfatizzare l’azione dell’entrare come in una passeggiata in un interno, rendendo il libro vivo quasi come se fosse un romanzo cinematografico!

Dorothea è una grassa e felice scrofa, è un maiale rosa. La personificazione della felicità di essere grassi, maiali e felici nel proprio ruolo di padrona di casa che è, nella finzione del silent, tutt’altro che un porcile. E come ogni padrona di casa che si rispetti Dorothea è assolutamente orgogliosa di ogni singolo pezzo che la compone e di cui Tatjana Hauptmann è minuziosa narratrice.

Potremmo far risalire l’inizio del silenzioso racconto alla prima di copertina: giorno di mercato, scena 1. Dorothea rientra dopo aver fatto un’abbondante spesa al mercato, al braccio, il cestino intrecciato di scudisci di nocciolo che le donne del nord, dalla Svizzera alla Germania e Francia e più in alto ancora, usano per recarsi al mercato, stracolmo di prelibatezze: un cavolfiore bianco sotto l’altro. Indossa uno di quegli abiti rotondi guarniti di pizzi e merletti che volutamente enfatizzano le salutari rotondità, cerchi d’oro alle orecchie sode di scrofa ed un’aria assolutamente felice ed appagata, nonostante maialino le stia tirando le lunghe cocche del grembiule e sia intento – oltre che a gustarsi un ottimo gelato al cioccolato – anche a recriminar altro come solo un paffuto bambino può fare.

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Passano i giorni, scena 2: esterno, mattino, ecco la sua casa. Anche l’esterno parla di Dorothea, non solo per la targhetta sopra il campanello dove il suo nome è inciso in ordinato e rotondo corsivo, e non già perché la porta d’ingresso socchiusa ci lascia intravvedere le forme del suo sederone sotto la lunga vestaglia a fiori del mattino! Come ci porta ad osservare Casa di Carson Elllis, di cui parleremo nelle prossime settimane, anche la forma delle case parla della persona che vi abita. E non solo la forma, ma anche le decorazioni, il colore che scegliamo piuttosto che un altro, il luogo dov’è costruita, e come per i Tre porcellini se è di solido mattone, di legno in mezzo a un bosco o di vetro nei pressi di un lago. Tutto, dentro e fuori la casa, parla di noi, della nostra personalità, di quello che ci piace, di come siamo. Ed infatti la casa di Dorothea è rosa, come lei. L’acciottolato della via che abbiamo appena percorso prima di trovarci davanti alla sua porta è ordinato e pulito, ha quel bel colore delle strade di una volta che parlano di terra e dei suoi manufatti, umidi d’inverno e freschi d’estate. Tutto è rigoglioso, come lei, le tuje perfettamente identiche poste ai lati dei tre scalini che introducono alla casa, il cactus accanto ad una di queste sta forse a dirci che anche in casa c’è qualcuno di piccolo e cicciottello…a volte anche spinoso! La porta d’ingresso socchiusa e quel pomolo rotondo perfettamente fustellato che si stacca come dalla pagina, un invito ad afferrarlo, spingere la porta ed urlare annunciandoci: “Siamo noi! Siamo arrivati!

E quello che troviamo entrando è la casa di Dorothea e di nessun altro possibile. Un luogo dove ogni cosa è lì perché lì deve stare perché è lì che ci aspettiamo di trovarla: il telefono sulla cassettiera all’ingresso come a casa della nonna, il tappeto – quello a cui anche noi da piccoli abbiamo diligentemente accorciato parte delle frange, quanti passi su quel tappeto, quante orme si sono passate sopra le une sulle altre. Dalla porta, anch’essa socchiusa, che dall’ingresso introduce in cucina si vede la scopa, sempre a portata di mano, e la madia con la cartolina di chissà chi e di chissà quante estati fa incastrata tra i montanti della vetrinetta. Arriva, la si mette lì per averla, sempre sott’occhio e poi…

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E dalla porta della cucina, dove Dorothea impasta torte e biscotti, passiamo al salotto: è l’ora del tè e la famiglia è riunita attorno al tavolo rotondo sul quale, in bella mostra, occhieggiano ciambelle e burrose torte guarnite, caffettiere di porcellana e teiere. Mialino lancia dalla sua cerbottana i canditi della torta, colpendo i commensali – unico svago in una giornaa costretto in abiti poco comodi senza poter veramente fare quel che desidera. Il divano di velluto mauve è coordinato con la tenda leggermente tirata che immette sul corridoio che porta all’ingresso.

I saluti sono cordiali e gentili, il baciamano a Dorothea perfetta padrona di casa e un bacio con lo schiocco a maialino.

La giornata è finita. È stata lunga, faticosa, ma ne è valsa la pena. Ora la casa riposa, tornata alla quiete di sempre, alle voci note di Dorothea e maialino. Una porta è chiusa, è la porta del bagno; il pavimento bicolor con le piastrelle posizionate a losanga, la vasca da bagno con i piedini di porco, una grande caldaia di ghisa che promette acqua bollente per il lungo e rilassante nonché meritato bagno caldo di Dorothea, i mutandoni di mamma e figlio stesi nell’intimitàdi quel bagno che è solo di loro due. Poco importa se maialino ha disseminato il pavimento di dentifricio ed ora procede a riempire la tazza col bagnoschiuma: Dorothea è così, è una mamma grassa e rosa che sa il fatto suo.

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L’ultima porta socchiusa dal bagno porta alla camera di Dorothea e maialino. La sveglia è puntata e vicino al letto. Dorothea sistema piumone e coperta e si addormenta pensando quanto è stanca, ma anche a quando sarà la prossima riunione di famiglia, al banchetto che preparerà, a come sistemerà la sua accogliente e famigliare casa. Dalla finestra entra il chiarore della luna, fuori il girasole ha chinato il capo nell’orto ricco dei suoi frutti.

La casa di Dorothea è un casa che offre sicurezza a molti, non ha sorprese anche se la giriamo curiosi di sapere cosa troveremo, attraversando quello o l’altro uscio. È una casa familiare.

 

Ein Tag im Leben der Dorothea Wutz
Illustrato da Tatjana Hauptmann
Editore: Diogenes Verlag AG Zurich
www.diogenes.ch
Euro: 27,00.

Età di lettura: dai tre anni


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