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Letteratura

Una pedina sulla scacchiera

Virginia Francesca Grassi
21 aprile 2013

«Non ho niente contro la morte. La morte, la rinuncia, la vecchiaia, io le accetto, mi rassegno. Quello che non sopporto è la vita, questa vita che mi è stata imposta. Mi alzo, aspetto che si faccia l’ora di andare in ufficio, e quando sono là aspetto che arrivi l’ora di uscirne. E, in generale, aspetto la fine del mese.»
La crisi finanziaria che ha investito l’Europa degli anni ‘30 ha lasciato dietro di sé una generazione senza sogni né speranze. Caduta del dollaro, disoccupazione, deficit in bilancio, marcia della fame su Londra: le macerie del capitalismo che collassa su se stesso. A Parigi siamo oramai lontani dalle luci e dai fasti della Belle Époque.
Privato dell’eredità di famiglia dopo il crac finanziario del padre, l’inquieto Christophe Bohun si ritrova imprigionato in una vita così banalmente borghese da non lasciare scampo: un anonimo impiegato – in quella stessa azienda che otto anni prima era del padre e che ora viene gestita dal suo avido socio – assillato dalle tribolazioni quotidiane.
Il grigio dell’ufficio, i soldi mai abbastanza, un figlio distante, una moglie insopportabilmente perfetta nella sua normalità, la cugina, amante ormai sfiorita che è stata forse l’unica donna che abbia mai amato. E poi il padre, il Bohun dell’acciaio, il Bohun del petrolio, l’uomo del quale si diceva: «Dove passa lui crescono solo rovina e guerra». Il vecchio Bohun che dopo un’esistenza «piena di vani trionfi e di oscuri disastri» si sta consumando lentamene, mentre in segreto tutti desiderano un’eredità dagli illusori contorni.

Una vita che Christophe non sa e non vuole scrollarsi di dosso, trascinato da un’angosciata apatia senza prospettive, da un fatalismo irritante, da un’inerzia intellettuale quanto sentimentale.
«Perchè si continua a vivere?» «Per abitudine, suppongo.»
Un antieroe magistrale, guidato unicamente da un materialismo senza avidità, dalla brama mai paga di denaro facile e senza sforzo, dal desiderio puerile di un’esistenza migliore senza fatica, attenuati dal torpore dell’alcool, dal sonno nero e senza sogni, dall’inconsistente vagheggiamento di un passato brillante e oramai irraggiungibile.
Ancora una volta la penna di Irène Némirovsky ci restituisce il ritratto di quel periodo tormentato: “Una pedina sulla scacchiera” fu infatti redatto dall’autrice tra il 1932 e il 1933, per essere poi pubblicato nella primavera del 1934, esattamente pochi mesi dopo lo scandalo finanziario e il suicidio di Serge Stavisky.
Una scrittura limpida e affilata, una narrazione che non fa sconti a nessuno e che risulta d’inquietante attualità. Perchè Christophe «è la pedina», come annota la Némirovsky sulla minuta del romanzo, «che viene manovrata sulla scacchiera, che per due o tremila franchi al mese sacrifica il suo tempo, la sua salute, la sua anima, la sua vita».

Virginia Grassi

“Una pedina sulla scacchiera” di Irène Némirovsky, Adelphi, traduzione di Marina Di Leo, pp. 173


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