Cinema

Una questione privata: da Fenoglio ai fratelli Taviani

Michela D'Agata
9 novembre 2017

Tratto dall’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo (e probabilmente incompiuto) nel 1963, “Una questione privata” è uscito nelle sale il primo novembre, con la firma di entrambi i fratelli Paolo e Vittorio Taviani, ma diretto solo dal primo.

Nell’estate del 1943, nelle langhe piemontesi, tre ragazzi si incontrano: il timido e riflessivo Milton (Luca Marinelli), l’estroverso e molto sicuro di sé Giorgio (Lorenzo Richelmy) e la misteriosa Fulvia (Valentina Bellè) che, consapevole dei forti sentimenti che i due provano nei suoi confronti, si lascerà corteggiare da entrambi facendosi gioco di loro. Un anno dopo, in piena guerra, i due ragazzi sono diventati partigiani e Milton per caso si ritrova davanti alla villa di Fulvia, luogo in cui i tre avevano passato molto tempo insieme. In seguito alle parole della custode della casa ormai disabitata, si fa largo in lui il dubbio che possa essere nata una relazione tra l’amico e l’amata. Dilaniato dalla gelosia, Milton partirà in una folla corsa alla ricerca di Giorgio, e scoprirà che nel frattempo è stato catturato dai fascisti…

Ossessione e amore disperato governano la pellicola, mentre il tragico contesto della resistenza rimane sullo sfondo per lasciare spazio alla disperazione di Milton, logorato dal dubbio: i suoi occhi spiritati vagano alla ricerca di una verità che diventerà più importante di ogni cosa, più della lotta contro il fascismo, più della libertà.

Ma suo dramma del tutto personale, privato, appunto, ha ragione e senso di esistere pur nella crudele cornice storica in cui prende vita? Qui al loro ventunesimo film, i fratelli Taviani, indiscussi maestri del cinema italiano, si confrontano con il capolavoro di Fenoglio, definito da Calvino come “il romanzo che tutti avevamo sognato”, e lo fanno con abilità: prendendosi le loro libertà, ma senza sconvolgimenti. Sebbene la sceneggiatura non sia particolarmente solida molte scene hanno una forza visiva ed evocativa che irrompe e le scolpisce nella memoria dello spettatore.

Luca Marinelli (“Lo chiamavano Jeeg Robot”, “Il padre d’Italia”) spicca nettamente rispetto agli altri personaggi e si riconferma un’interprete eccezionale, capace non solo di trasportare lo spettatore all’interno della narrazione, ma anche di suscitare un fortissimo sentimento di empatia. Anche solo per lui varrebbe la pena andare al cinema.


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