Musica

Una vita per la musica. Intervista a Beatrice Rana

Daniel Seminara
26 gennaio 2015

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L’incontro ad Hannover con Beatrice Rana è l’occasione per una lunga chiacchierata musicale, di cui queste righe costituiscono un breve riassunto.
Dopo l´acclamata medaglia d’argento al concorso Van Cliburn che lancia la sua carriera in tutto il mondo, la giovanissima pianista è entrata a buon diritto a far parte dell’élite pianistica internazionale, tanto da meritarsi gli apprezzamenti nientemeno che di Martha Argerich.

Beatrice, cominciamo con un po’ di storia. Nel giugno 2013 vinci la medaglia d’argento al Van Cliburn; come è cambiata la tua vita in questo anno e mezzo?
La mia vita è cambiata totalmente. Sono molto riconoscente al Van Cliburn per la grande opportunità che mi ha offerto e che mi permette oggi di poter fare la concertista. Si pensa sempre però che vincere un grande premio sia come superare uno scoglio e che dopo il percorso sia in discesa, ma non è così: il concorso è solo l’antipasto della vita reale, il banco di prova di un repertorio ben consolidato e rodato, terreno per i cosiddetti cavalli di battaglia. Ogni brano che eseguo adesso deve essere un cavallo di battaglia e i programmi devono essere pronti in tempi molto più rapidi. Da questo punto di vista non è affatto più facile!

So che sei molto affezionata alla musica di Robert Schumann, di cui nell’ultimo cd Harmonia Mundi esegui gli Studi Sinfonici. Che cosa ti colpisce di lui?
Schumann è uno di quegli autori senza cui non riuscirei a vivere. Egli rappresenta l’artista romantico per eccellenza, nella sua conflittualità con il romanticismo stesso; in lui si ritrova infatti il contrasto tra l’ideale romantico e il ritorno al classicismo come ideale di perfezione. Ciò mi affascina molto perché eseguendo la sua musica ho la possibilità di far convivere le due anime di questo musicista. Inoltre, la musica di Schumann possiede un incredibile rigore contrappuntistico che, per un’amante della musica di Bach quale sono, è assolutamente coinvolgente.

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Durante i tuoi concerti riesci a instaurare un rapporto quasi magico con il pubblico, che dalla tua musica è come incantato. Come si crea questo legame e che cosa rappresenta per te?
Io vivo per il pubblico, se percepisco energia in sala e un auditorio attento, riesco a esprimermi al meglio al pianoforte, al contrario è molto più difficile. Non mi piace l´idea di un musicista seduto su un piedistallo di fronte a una folla adorante, un musicista ha bisogno del pubblico, senza il quale non sarebbe nessuno. Lo stile di vita a cui siamo sottoposti fa sì che lo stress e la pressione raggiungano spesso livelli insostenibili. Emotivamente a ogni concerto ci svuotiamo, lasciamo una parte di noi sul palcoscenico, e l’unica maniera per compensare questa perdita è riempirci con il pubblico. Dopo ogni concerto posso dire di essere migliorata o di avere imparato qualcosa. Il rapporto con il pubblico, sul palco e fuori, è quasi una delle ragioni di vita del mio lavoro.

Sei nata ad Arnesano, Lecce, hai studiato prima a Monopoli, poi ad Hannover e oggi giri il mondo intero. C’è un posto dove ti senti più a casa?
Ovviamente a casa (ride), ma da quest’ultimo anno ho preso coscienza di come sia importante essere cittadini del mondo. La mia prima tournée negli Stati Uniti prevedeva un mese di concerti e già dopo una settimana pensavo che non sarei riuscita a sopravvivere.
La nostalgia di casa sicuramente non aiuta il musicista che viaggia spesso. Quello che si cerca di fare è di guardare al meglio di ogni luogo in cui ci si trova e, in qualche modo, di farvi una seconda casa.

Che rapporto hai con la città di Milano?
Sono molto legata a Milano, che è stata la città che ha investito su di me quando ancora non ero famosa. Il problema di un giovane concertista è sempre quello di trovare uno spazio per suonare e le realtà scolastiche non sono spesso in grado di offrire dei buoni collegamenti con il mondo del lavoro. Ricordo bene la telefonata che un giorno ricevetti da Antonio Mormone, presidente della Società dei Concerti, che mi proponeva di fissare il debutto in sala Verdi. Fino a quel momento nessuno aveva puntato su di me e quella chiamata fu una piacevole sorpresa. A un mese dal concorso a Montreal feci quindi la mia prima apparizione a Milano. Da allora si è creato un legame fortissimo con Mormone e con la Società dei Concerti, tanto che all’indomani della vittoria al Van Cliburn ho rinunciato agli allori texani per volare a Milano e suonare. Credo che nell’occasione avrei cancellato qualsiasi altro concerto, ma la riconoscenza e la gratitudine hanno prevalso sul resto.

Lanaudiere

Beatrice si è da allora esibita a Milano diverse volte, l’ultima lo scorso ottobre in duo con la sorella Ludovica al violoncello. Nel maggio 2015 ci sarà il debutto di Beatrice alla Filarmonica della Scala con il Concerto no. 1 di Beethoven sotto la direzione di Marc Albrecht.

Cosa è importante per riuscire nel mondo della musica?
Il talento in primis, che è sia punto di partenza che di arrivo e che è ciò che differenzia una persona dall’altra. In mezzo si trovano lo studio, la ricerca personale, l’approfondimento e la vita reale che contribuisce a formarci.
Ci sono poi i principî di onestà intellettuale ed emozionale. È importante riuscire a non farsi coinvolgere troppo dallo star system. Durante il Cliburn mi sentivo come una rockstar, ma sapevo che per quanto bella fosse la sensazione, si trattava di un momento di passaggio. Il successo è effimero e la musica deve essere sempre al centro quindi, se c’è qualcosa di auspicabile, questo è piuttosto un concerto riuscito bene.

Come ti vedi tra qualche anno?
Spero di migliorare ancora. La cosa più difficile è cercare di lavorare con serietà e di crescere musicalmente ogni giorno.

Ringraziando Beatrice per la disponibilità e il tempo concesso, ricordiamo che in questo momento è impegnata in una nuova tournée negli Stati Uniti.


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