Ritratti

Vance Jacobs, l’uomo dai buoni pixels

staff
11 dicembre 2012

Vance Jacobs è un fotografo e un regista pluripremiato – in entrambe le categorie, bene inteso.

Vanta collaborazioni con il National Geographic, Esquire e molti altre testate di rilievo internazionale. Quando gli si domanda come si definirebbe, lui semplicemente risponde: “un narratore  di storie”.

Ma tenuto conto che quando non è in viaggio in qualche luogo sperduto, sta  gareggiando in un triathlon,  che la sua sete di avventura l’ha già portato in più di 40 Paesi in tutto il Mondo e che i suoi ultimi lavori hanno avuto come soggetto un carcere di massima sicurezza in Colombia e il tormentato confine tra USA e Messico, la sua laconica definizione suona decisamente riduttiva.

Con una media di 100 giorni l’anno lontano da casa – la sua base è infatti San Francisco –, spesso in viaggio per più di un mese per volta, da uno così sarebbe legittimo aspettarsi il desiderio di un po’ di quiete e riposo. “Ma ci sono circa 200 Paesi nel mondo, ed eccetto la Siria – che per ora è davvero off limits – gli altri vorrei proprio vederli tutti”.

Tre macchine fotografiche digitali e tre normali – questi i ferri del mestiere di Vance. Da profana ero convinta che più un fotografo fosse famoso, più ne utilizzasse; mi ha molto stupito scoprire che le macchine fotografiche oggi sono esattamente come i computer: “Diventano obsolete molto velocemente, di conseguenza anche i grandi fotografi spesso affittano le attrezzature. Quello che non invecchia mai è l’arte, come i lavori di Sebastiao Salgado; è stato vedendo un suo libro che ho capito con certezza che avrei abbandonato il giornalismo per dedicarmi a raccontare le storie solo attraverso la  fotografia”.

Sebbene passi molto tempo lontano da casa, Vance trova anche il modo di fare del bene dedicandosi al no profit – d’altra parte  se non avesse fatto il fotografo, mi racconta, avrebbe voluto fare  il medico per aiutare il prossimo. Infatti mette al servizio  di vari progetti e associazioni la sua esperienza e la sua professionalità, come ha fatto recentemente per la fondazione di Bill e Melinda Gates. Una galleria di immagini “forti” può infatti essere in grado di muovere il prossimo e attirare l’attenzione:  “In America sempre più spesso capita a finire in carcere siano delle persone ingiustamente condannate. Uno dei lavori che più mi ha dato soddisfazione è stato quello di fotografare coloro che avevano pagato per un crimine non commesso da loro, finchè un test del DNA non li ha scagionati. L’ingiustizia che hanno subito andava documentata. E le mie immagini, insieme ad un articolo ben scritto, possono davvero puntare un riflettore sul problema”.

Personalmente ho potuto vedere Vance Jacobs al lavoro in ben due occasioni. E’ stata una vera fortuna. La sua umanità, il suo spirito filantropico, la sua abilità nel cogliere il non ovvio, di catturare la vera anima di un individuo attraverso un “semplice” scatto, mi ricordano le stesse qualità che gli ho sentito attribuire a due donne straordinarie,  Jane Goodall, che ha filmato per una settimana a Panama, e il Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, incontrata lo scorso anno in Myanmar.  “Hanno una dote incredibile, la capacità di saper dialogare in maniera molto intima con il singolo individuo, ma allo stesso tempo e con la stessa naturalezza, di  riuscire a trasmettere emozione alla massa”. Lo stesso potere che senza dubbio possiedono anche le opere dello stesso Vance.

Umberta Gnutti Beretta

 

PS Infine ho chiesto a Vance di inviarmi tre sue fotografie che esprimessero una persona, un luogo e un sentimento.

Una persona: “Una bambina di 4 anni. Tra le mie prime fotografie. Si può dire che sia stata l’inizio della mia carriera. La bambola ha la sua immagine. La madre la portava a tutti i concorsi di bellezza”.

Un luogo: “La Cambogia. Un luogo di cui apprezzo in particolar modo le persone, infatti se torno in un luogo e non vi trovo più le persone che avevo conosciuto il luogo non mi piace quasi più”.

Un sentimento: “I bambini segnati da drammi di un organizzazione in Sudafrica che aiuto. Grazie a questi progetti ricominciano a vivere e sognare”.