Musica

Viaggio nella Berlino musicale

staff
18 aprile 2011


Non potrebbe esserci un pezzo più adatto per precedere la quinta sinfonia di Mahler, di quello scritto dal più grande compositore inglese nel 1695 per il funerale della sua regina: la Funeral Music for Queen Mary di Henry Purcell. Migliaia di persone si schierarono con un lungo corteo nelle strade della capitale per piangere l’amata regina che cedette al vaiolo il 28 Dicembre 1694, trentaduenne. Tre marce furono eseguite di fronte al carro funebre da oboisti e trombettieri. La composizione di Purcell appare estremamente suggestiva. Si compone di tre brani per coro: il primo (Man that is born of a woman) è una riflessione intima sulla fugacità della vita. Il secondo (In the midst of life we are in death) ancora in tonalità minore, si presenta come una preghiera diretta verso Dio. Nel terzo e ultimo prosegue in maniera più distesa la preghiera verso il cielo con il brano Thou knowest, Lord.

 

Così dunque si apre il concerto eseguito dalla Berliner Philharmoniker il 6 e 7 Aprile nella famosissima sala di Berlino ideata dall’architetto Hans Scharoun (terminata nel 1963). La particolarità della Philharmonie è indubbiamente la posizione del palco posto in mezzo alla sala, attorno il quale si sviluppa lo spazio per il pubblico. Tale disposizione rende possibili nuove prospettive dei musicisti e del direttore. L’acustica impeccabile, riconoscibile da chiunque abbia il privilegio di assistere ad un concerto, è resa dalle pareti piegate e inclinate e dal tetto simile ad un tendone.
La Berliner Philharmoniker, fondata nel 1882, è una delle orchestre più richieste a livello mondiale. Oltre a Herbert von Karajan, anche i direttori Hans von Bülow, Arthur Nikisch, Wilhelm Furtwüngler, Sergiu Celibidache e Claudio Abbado hanno contribuito attivamente allo sviluppo dell’orchestra composta da 128 membri. Al momento è Simon Rattle ad averne la guida artistica. Quando giunse alla Philharmonie il direttore britannico, scelto ed eletto dai musicisti come si usa nell’orchestra più democratica del mondo, tentò subito di aprirsi alla musica contemporanea introducendo nuovi autori. Un’idea un po’ difficile da accettare subito: “Con i berliner non puoi avere il controllo assoluto, devi lasciare autonomia” dichiarò in un’intervista. Un lavoro magnifico di Claudio Abbado, predecessore di Rattle, fece dei berliner una grande orchestra mahleriana.

 

Passando dal Barocco al Novecento il concerto prosegue con quello che considererei uno dei più ricchi lavori di Mahler nonostante l’autore stesso non fu inizialmente soddisfatto della strumentazione e dovette revisionarla sei volte, la Quinta sinfonia.
Gustav Mahler compose la Quinta Sinfonia durante le estati del 1901 e 1902. Ha diviso l’opera in tre parti: due movimenti di carattere tragico – il do diesis minore Trauermarsch (marcia funebre) e il la minore “Bewegt sturmisch” (violentemente agitato) – che compongono la parte I; la III parte consiste nell’ Adagietto in fa maggiore che porta al rondò trionfante del finale. A separare la parte I dalla parte III è un unico movimento, lo Scherzo monumentale in Re maggiore.
La marcia funebre che inizia la quinta sinfonia non ha alcun legame con la celebre Eroica di Beethoven o la Götterdämmerung di Wagner. La fanfara introduttiva nasce da un mondo totalmente diverso: la musica militare della monarchia austro-ungarica, e diventa un simbolo della natura inesorabilmente tragica dell’esistenza umana. Due trii interrompono la marcia funebre e la disperazione covata finora viene trasformata in “passione selvaggia” con il la minore, tempestosamente mosso. Un contrappunto quasi spaventoso, un motivo di sfida per i bassi che si introducono “con grande veemenza” in accordo dissonante, punteggiato da staccati di tromba; dopo di che la musica improvvisamente si disintegra. Il secondo tema entra “notevolmente più lento”, un lamento sui violoncelli inframezzato dal primo tema che ritorna inesorabilmente, ancora più appassionato di prima. Ma dopo un po’ la musica si frena per poi riempirsi di nuovo e riconquistare la sua intensità e slancio. Nello Scherzo ogni nota è di una vitalità radicale, e gira tutto intorno a un caos apparente. Il piccolo Adagio, invece, per Mahler era uno spazio per respirare prima del finale monumentale: un “canto senza parole”.

 

Marcella Di Garbo


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