Tech

Watson: un robot in corsia

Marcello Vercesi
2 aprile 2013

Sempre più spesso, per fortuna, sentiamo di innovazioni importanti nel campo delle pratiche digitali.
Queste innovazioni riguardano sia componenti software che hardware,e alcune di esse sono destinate a lasciare il segno.
Una delle più recenti è il giovane Watson che al contrario di quanto si possa pensare, non è una persona in carne ed ossa bensì un robot con un ruolo decisivo nel campo della medicina.
Watson è un sistema di intelligenza artificiale, in grado di rispondere a domande poste in un linguaggio naturale, sviluppato all’interno del progetto DeepQA di IBM a cura del team di ricerca diretto da David Ferrucci. Il nome è stato scelto in onore del primo presidente dell’IBM Thomas J. Watson. La macchina che per molti aspetti è simile ad un umano, è un’ondata rivoluzionaria in campo medico/scientifico e, come negarlo, è destinata a cambiare la visione di molte menti che ancora dibattono sulla validità degli strumenti tecnologici al servizio dell’uomo.
è recente la sua comparsa al noto telequiz americano Jeopardy! dove ha dimostrato di saper interpretare con un errore veramente minimo, le espressioni comuni dei colleghi umani.
Le applicazioni di questo robot (termine forse riduttivo) sono quasi infinite. Watson nasce con lo scopo di ridurre al minimo la percentuale di errore umano nelle corsie, e fonda il suo procedural know how  su lunghi periodi di studio clinico. Vanta infatti un’esperienza composta da 605000 nozioni di prove mediche apprese, 2 milioni di pagine di testo lette, 25000 casi clinici studiati e 14700 ore di assistenza da parte di medici per settare la sua precisione decisionale. Questa preparazione, oserei dire impossibile per qualunque essere umano, permette a Watson di studiare i sintomi del paziente, gli esami e la storia clinica, per formulare una diagnosi ed una possibile cura, sulla base di quanto appreso in fase di programmazione.
Come negare il contributo che questo strumento è in grado di fornire alla scienza medica? uno strumento allo stato dell’arte della tecnologia, in grado di ridurre la percentuale di errore umano e di fare una prima scrematura tra tutte quelle diagnosi umane che, qualche volta, risultano essere palesemente sbagliate. Per tutti coloro che restano dubbi riguardo l’affidare la propria salute nelle mani di una macchina, ci tengo a precisare due punti che, a parer mio sono fondamentali.
Primo, per ora non si è ancora nelle condizioni di essere completamente curati da Watson: il robot svolge funzione di ausilio ai medici, aiutandoli nell’analisi dei sintomi e fornendo possibili cure sulla base della casistica che ha “studiato”.
Secondo, non dimentichiamo che il processo di evoluzione ed innovazione, è un processo continuo, in cui occorre riporre fiducia. Se non fosse stato per la fiducia riposta dai nostri predecessori nel sistema di Tomografia assiale computerizzata da tutti conosciuta com TAC, non saremmo in grado di individuare gravi patologie, oggi curabili.
Vale quindi la pena, per davvero, fidarsi e fare spazio al progresso.

Marcello Vercesi


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