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A caccia di foto modificate. Il nuovo femminismo è contro Photoshop?

Alessia Laudati
4 Giugno 2019

Parte della cultura digitale odia il falso e promuove l’esibizione di corpi femminili realistici. Al punto che l’inseguimento del fake è all’ordine del giorno. Ma fino a che punto il debunking può far bene alle donne?

 

All’inizio ci ha pensato Jezebel a puntare i riflettori sull’uso spropositato di Photoshop e delle app di photoediting nei servizi di moda e negli scatti Instagram di note star e influencer. Casus belli che ha interessato la bibbia online del femminismo della nuova ondata, è stato il servizio di qualche anno fa di Lena Dunham per Vogue. La rivista, dopo aver messo una taglia sulla sua richiesta, ha pubblicato gli scatti originali della nota femminista sottolineando, dalla scollatura alla pelle levigata, fino ai centimetri in meno regalati da un bravo editor, tutti i fotoritocchi operati sul corpo della protagonista di Girls. Era il 2014 e da allora la ricerca dello scatto modificato non è più un semplice esperimento ma una vera e propria corrente di pensiero. Profili Instagram con migliaia di follower come @S0cialMediaVsReality, @Beauty.False e @FixedYourFace_ – sono solo alcuni esempi tra tanti – devono il proprio successo alla denuncia quotidiana di diverse truffe estetiche. Una sorta di debunking del corpo e dell’immagine femminile molto esteso e pungente.

Risultato? La ricerca del fake rappresenta il nuovo modo per stare vicino alle donne e incoraggiare la loro autostima. Solo che non tutto è andato liscio e la pratica di aprire profili online che scovino il fotoritocco ha aperto un dibattito sulla liceità di questa prospettiva. Perché spesso le donne che finiscono sul banco degli imputati per largo uso di filtri sono trattate come bersagli. E la violenza con cui i follower criticano le loro scelte, quasi si sentissero traditi nel profondo del patto fiduciario che lega “famosi” e pubblico, rappresenterebbe il contrario di quanto una cultura femminista dorrebbe promuovere. Ossia un ambiente relazionale positivo, che anche online sia scevro da ogni forma di giudizio sul corpo.

In effetti, e questa riflessione ci riguarda da vicino, fino a quando il confronto tra realtà e illusione rimane una prerogativa di programmi satirici come Striscia la notizia, visto che da anni esiste nel programma una rubrica che gioca proprio su questo meccanismo, nulla appare come anomalo. Ma quando è il nuovo femminismo o parte di esso ad appropriarsi della battaglia per la naturalezza del corpo femminile e a farlo tramite soluzioni che espongono le donne a critiche e prese in giro, tutto assume un altro significato. Così il pubblico si divide. C’è chi accusa profili e operazioni di questo tipo di promuovere bullismo e hate speech e in più di mettere i bastoni tra le ruote a un business che, seppur basato sull’inganno, permette alle donne di arricchirsi e di essere indipendenti grazie al personal branding. E c’è chi invece pensa che si tratti di una battaglia giusta per accrescere realmente la body positivity delle donne.

Eppure il tema controverso rimane; specialmente nell’Italia che è appena passata nel mezzo dello scandalo Pamela Prati-Mark Caltagirone. La metafora è in parte pertinente al nostro discorso. In fondo ciò che pubblico e addetti ai lavori non hanno perdonato alla showgirl del Bagaglino e al suo entourage è di aver truffato tutti raccontando una storia d’amore non vera. E allora, forse, chi non vuole farsi ingannare da corpi digitalmente modificati e chi ne critica quando può l’uso strumentale e illusorio ha un po’ la stessa prerogativa. Di sapere che quello che realmente vede e apprezza non è l’ennesimo scatto costruito ad arte, ma qualcosa di molto vicino allo stato delle cose.

A volte ciò che gli utenti dimenticano però è che Instagram e le piattaforme social, così come la televisione, sono anche e soprattutto luoghi dove fare business. Posti virtuali dove l’esigenza di compiacere un mercato, che dai prodotti di bellezza al fitness cerca testimonial perfette, è più forte di un patto fiduciario con i follower. Non sarà molto femminista ma del resto anche online “the show must go on”.



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