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A volte ritornano, i jeans

staff
12 gennaio 2012

Il capo che tutti noi abbiamo, in abbondanza, nell’armadio. Slim, baggy, modellanti – che in realtà non modellano affatto, ma noi li compriamo lo stesso, con la speranza che i miracoli accadano -, a palazzo, anni ’70, a vita alta, a vita bassa, slavati e chi più ne ha più ne metta. Ne hanno inventati di ogni tipo e, ogni stagione, stilisti e aspiranti tali ne propongono di nuovi. Noi sentiamo l’esigenza di comprarne ancora, ancora e ancora. Perché c’è sempre qualche modello che non abbiamo e che pensiamo sia necessario per la nostra sopravvivenza nella giungla del vivere moderno.

Ricordo il mio primo amore: i  Fornarina. Ho cercato di non buttarli per anni, ma poi la spietata mano materna li ha fatti sparire brutalmente. La grandezza di un capo semplice come i jeans sta nel fatto che mediamente li indossiamo quando non sappiamo cosa mettere, cioè sempre, anche se abbiamo l’armadio pieno di diavolerie di ogni genere: gonne corte, longuette, pantaloncini e vestiti d’ogni foggia. Ognuna di voi, almeno una volta nella vita, avrà avuto salva una serata per via dei jeans. Sanno renderci sensuali al punto giusto, dandoci al contempo un’aria dinamica e disimpegnata che ci fa silenziosamente urlare al mondo: “sono bona, senza neanche dovermi impegnare più di tanto!”.

Malgrado tutte queste premesse, devo confessarvi di non essere un’accanita compratrice di jeans. Ne posseggo mediamente pochi, rispetto a tutto il resto. L’acquisto più recente risale a un mesetto fa e, prima d’allora, l’ultimo era targato 2007. Un po’ perché nel corso dell’adolescenza ne avevo acquistati parecchi e un po’ perché ho attraversato fasi di stile nelle quali il jeans non era strettamente contemplato.

I miei preferiti in assoluto? Quelli indistruttibili che compri e rischi di ritrovarteli nell’armadio il giorno dell’arrivo della menopausa: i Dondup. L’intramontabile: un jeans azzurro comprato otto anni fa. L’ho usato talmente tanto da averlo lacerato. Ma, checché ne dica il comune senso del pudore, non solo non l’ho buttato, ma – quando la serata lo permette – lo indosso ancora. Benché il “taglio” – sì, perché di taglio si tratta e non di “buco”- sotto il sedere mi faccia un po’ “sedicenne impazzita”.

Perché oggi stiamo trattando questo argomento? Perché sono stata graziata con l’avvento di un provvidenziale virus intestinale post-vacanze natalizie, che mi ha permesso non solo di evitare il ridicolo rituale della dieta dell’otto gennaio, ma anche di perdere due chili in men che non si dica. Ciò ha mi ha fatto, con mio sommo gaudio, rientrare in jeans che consideravo ormai fuori dalla mia portata! Bianca, pallida, disabilitata, ho avuto la forza di alzarmi dal letto, togliemi di dosso il pigiama e avvicinarmi con aria sospetta e speranzosa all’armadio. Ho preso il jeans X. Quello che ogni donna possiede e conserva, perché funziona da “regolatore dell’inevitabile aumento annuale del livello di ciccia su pancia e fianchi”. E’ la nostra prova nel nove. Se i pantaloni entrano e si chiudono, evitando strani contorsionismi o momentanee trattenute del respiro, la nostra vita può procedere tranquilla. Se, in caso contrario, si bloccano sui fianchi, è l’inizio della fine. Ed evito di dilungarmi sulle conseguenze per noi, per la nostra famiglia, per la genitrice che ci prepara il pranzo, per eventuali fidanzati e/o compagni e per i dirimpettai.

Fortunatamente questa volta non mi tocca affrontare l’argomento perché i Jeans in questione non solo mi entrano, ma mi vanno anche larghi! Aspettavo che arrivasse la prima buona notizia dell’anno: non credevo che sarebbe stata questa, ma a quanto pare devo essermela proprio meritata, dopo aver passato la prima settimana del 2012 a digerire nel modo peggiore le brutture e le storture del 2011.

Prendo la cosa come un augurio per il nuovo anno: dolcezza, le disgrazie possono essere provvidenziali! Tenetelo presente anche voi.

Sperando che le mie considerazioni da “Cioè” vi siano utili,

 

St.efania