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Al Vitra Museum la mostra dedicata a Victor Papanek e al design sostenibile

Alessandra Buscemi
12 ottobre 2018

Nei pressi di Basilea, al Vitra design Museum è ora in corso la mostra Victor Papanek: the politics of design, che offre uno sguardo approfondito sulla vita e sul lavoro del visionario designer. Interessante in particolare la sezione che comprende una ventina di progetti contemporanei attentamente selezionati di designer come Catherine Sarah Young, Forensic Architecture, Jim Chuchu, Tomás Saraceno,Gabriel Ann Maher, il collettivo brasiliano Flui Coletivo e Questto I No che trasportano le sue idee nel Ventunesimo secolo occupandosi di temi complessi come i cambiamenti climatici, la fluidità delle identità di genere, il comportamento dei consumatori o le realtà economiche della migrazione.

Victor Papanek è stato pioniere del design sociale e sostenibile, basato non sul consumismo ma su una presa di coscienza politica, a partire dagli anni Sessanta ha affrontato per primo i grandi temi del design sostenibile e sociale. Il libro più influente di Papanek, Progettare per il mondo reale (Design for the real world), pubblicato nel 1971, è stato tradotto in 23 lingue e rimane il libro di design più letto al mondo. Al suo interno, l’autore fa appello all’inclusione, alla giustizia sociale e alla sostenibilità, temi oggi di grande rilievo diventati presupposti imprescindibili per la progettazione negli ambiti del design e dell’architettura. Idee, come quella di combattere il prodotto inutile, che hanno precorso i tempi, come anche la sua missione di gettare le basi per una progettazione sensibile e responsabile in un mondo carente di risorse ed energia.

Papanek fuggì negli Stati Uniti nel 1939 e dopo avere intrapreso la carriera di designer industriale, sviluppò – spesso insieme ai suoi studenti o ai suoi collaboratori – progetti alternativi, tra cui televisioni e radio per i paesi africani, veicoli elettrici, il Fingermajig, un oggetto progettato per stimolare il senso del tatto (1965 -1970), e la serie Living cubes del 1973, diventando in un certo senso il precursore della filosofia IKEA: la sua idea era infatti quella di proporre mobili che possono essere assemblati dall’utente, modificabili in base alle esigenze.

Tenne conferenze nelle università di tutto il mondo, ispirando generazioni di studenti, e promosse instancabilmente un dibattito sociale più ampio sul design attraverso strumenti di comunicazione di massa come la televisione. Nel 1961 iniziò a moderare una serie televisiva trasmessa in tutti gli Stati Uniti che contribuì notevolmente a diffondere i principi del design sociale.

Oltre a Design for the real world, scrisse anche i libri How things do not work (Come le cose non funzionano, 1977) e Design for human scale (Il design su scala umana, 1983) che cementarono la sua reputazione di pioniere del design alternativo.

La sua visione del design per la casa prevede che tutto sia leggero, si pieghi, si gonfi, si abbassi, si possa impilare. Sono sufficienti semplici istruzioni per fare letti, sedie, divani, sgabelli e tavoli utilizzando materiali economici e riciclati. Idee che stimolano la creatività, permettono di risparmiare denaro e che hanno saputo proporre un approccio pratico e consapevole.


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