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Altamira e i suoi capolavori che arrivano da lontano

Carla Diamanti
3 Ottobre 2019

Lo so che è una copia. So che è stato necessario farlo per proteggerla, per evitare che la meraviglia che custodisce si perdesse per sempre. Lo so ma non fa niente. L’emozione che provo prima di entrare nella replica (fedelissima) della grotta di Altamira è incontenibile. Aspetto il mio turno scorrendo i pannelli che raccontano del passato, dei nostri antenati e di come siamo arrivati a essere quello che siamo oggi. Ogni tappa del progresso lungo, difficile e inesorabile. La lotta per la sopravvivenza, l’istinto che porta a guardare sempre avanti, a cercare nuove strade e nuove soluzioni, la curiosità che porta alla necessità, all’esigenza legata allo sviluppo e all’evoluzione.

Ecco, è il mio turno! Le immagini che scorrono dovrebbero prepararmi alla visita, ma sembra che non facciano che accrescere la mia aspettativa, dandomi l’impressione di dilatare il tempo.

La chiamano la Cappella Sistina della Preistoria e mi basta varcare la soglia per capire il perché. Il buio totale è squarciato da una lama di luce che arriva dall’unica apertura, sulla sinistra. Sono nella grotta proprio come donne e uomini di migliaia di anni fa. Questa luce scandiva le loro giornate quando ancora non conoscevano il fuoco che avrebbe rischiarato anche le notti. Qui, in un anfratto profondo della roccia spagnola si proteggevano dal tempo e dagli animali. Qui sviluppavano qualcosa che assomigliava a ciò che chiamiamo casa. E così come noi, probabilmente anche loro hanno tentato di renderla accogliente e unica.

Alzo la testa e mi sembra di entrare in un vortice di colori. Il soffitto di questa grotta, che ho smesso di considerare una replica nel momento in cui sono entrata, sembra attirarmi e spingermi a girare su me stessa senza sosta. Lassù, a pochi centimetri dalla mia testa bufali, tori, cavalli e altri animali si rincorrono disegnando scie colorate di rosso, di ocra, di arancio. Occhi e contorni tracciati in nero e disegnati con una tale perfezione da lasciare a bocca aperta. Non riesco a smettere di guardare e di girare. Da una parte e dall’altra questo carosello di figure non finisce più. Mi rapisce, mi incanta, mi emoziona e mi commuove. “Mani di donna”, dice qualcuno.

Queste pitture vecchie di decine di migliaia di anni sono talmente perfette e così precise che raccontano di sguardi, di pazienza, di tentativi, di tempo infinito. Di mani piccole e delicate che forse ingannavano il tempo in attesa del rientro dei cacciatori. Che ingannavano il tempo percorrendo con lo sguardo le pareti di roccia di cui finivano per conoscere ogni asperità che poi trasformavano con la fantasia. Una punta sporgente diventava un muso, una gobba la schiena, un rigonfiamento la pancia di un animale. Tempo prezioso, tracce che incantano. Grazie, chiunque voi siate stati. Grazie non solo perché ci avete lasciato un capolavoro, ma soprattutto perché ci fate riflettere su come si possano fare grandi cose anche nelle condizioni più difficili.

 



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