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Anko Roma: A New Kitchen Order di Gianfranco Cancelli

Laëtitia Chaillou
3 Febbraio 2020

Nel corso degli ultimi anni l’arrembante voglia d’Oriente ha trovato a Roma molteplici incarnazioni a livello culinario, punteggiando il panorama locale con tutta una serie di proposte in grado di abbracciare una considerevole porzione del – ricchissimo – spettro gastronomico del Sol Levante. Se, nel quadro di questa esotica varietà, cercate qualcosa di ancora più alternativo, ma che sia sempre di ispirazione prettamente orientale, val la pena di prendere in considerazione Anko, un nuovo gioiello della cucina asiatica a Roma.

A firmare il ristorante è Gianfranco Cancelli, un giovane chef di 25 anni, originario di Sora. “Gitano nell’animo”, ha girato parecchio – Torino, Sardegna, Londra, Milano, Russia, Tokyo – prima di approdare nella capitale. Uno chef in grado di bypassare gli schemi più tradizionali facendo leva sulla propria impulsività creativa, che lo porta naturalmente a generare contaminazioni culinarie anarchiche e geniali. Il risultato è Anko, e vi assicuriamo che è tutto da gustare.

Location. Situato in Viale Regina Margherita al civico 168, Anko è una costola gourmet del Samba Maki, già affermato locale del panorama capitolino e specializzato in cucina nippo-brasiliana. Di qui anche la nomea di secret place, dal momento che, essendo Anko inglobato nel Samba Maki, bisogna conoscerne l’esatta ubicazione per trovarlo. Questo particolare si sposa perfettamente con il manifesto programmatico non scritto del locale, la cui insegna – derivata dal nome di battesimo dello chef Gianfranco, che del resto ha studiato arti culinarie alla Tokyo Sushi Academy – nasconde al suo interno anche un acronimo, A New Kitchen Order, espressione di un mood alternativo e rivoluzionario.

Menu. La proposta è un menu fisso (otto portate a 60 euro): viene servito all’interno di una busta bianca sigillata con ceralacca rossa. Niente pane, pasta o riso. Nessun ordine nella sequenza delle portate. Questa è l’anima anomica e controtendenza del locale – prendere o lasciare. I piatti sono prevalentemente a base di pesce: ricci di mare, “tagliatelle” di seppia, carpaccio di ricciola, triglie di scoglio e pesto di rucola. Ma c’è spazio anche per agnello, anatra e australian wagyu. 

Da non perdere. Notevole il Tributo a Banksy, l’artista contemporaneo rivoluzionario per eccellenza. Gambero di Mazara, calamaro e polpo verace: vengono serviti su una teca di vetro a mo’ di piatto, all’interno del quale c’è un iPad con un quadro di Banksy – da gustare e da ammirare. Altra provocazione da provare è poi l’Okonomyaki: un piccolo involto di cartone simile a quello delle pizze a portar via con su scritto “ceci n’est pas une pizza”, a ricordo della celebre opera di René Magritte. All’interno troviamo l’Okonomyaki, una frittella agrodolce giapponese a base di cavolo verza, una versione nipponica del pancake tradizionale. Infine, il Kebab: un divertente fai-da-te. Il condimento viene servito a parte ed è facoltà del commensale comporre il piatto come meglio crede. La carne è la pregiata australian wagyu.

Servizio. Come detto, il servizio non segue una sequenza particolare nel dispiegarsi delle portate. Il manifesto stesso recita testualmente: “Nel nostro ordine, non c’è ordine. Nel servizio, nessun servo. Nel piatto nessuna piattezza”. L’irriverenza e il taglio anticonformista che caratterizzano il locale trovano il loro trionfo nel cosiddetto tavolo social, circolare e accogliente, anch’esso di ispirazione orientale, situato a ridosso della cucina a vista, in cui otto commensali possono sedere alla destra e alla sinistra dello chef a prescindere che si conoscano o meno.

 

Ph Credits Stefano Delia

 



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