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Barbie cambia anima. La parità è il suo cruccio

Alessia Laudati
3 Settembre 2019

Da simbolo anti-femminista per eccellenza, Barbie diventa ora ambasciatrice di una campagna per le disparità di genere.

 

C’è stato un tempo in cui apostrofare una donna con l’espressione “sei solo una Barbie” poteva essere offensivo. Un insulto moderno, a onor del vero, ma che dava subito il quadro di una signorina che oltre al fisico non aveva molto altro da offrire. Del resto la celebre bambola della Mattel è stata per anni metafora di una femminilità un po’ antica e tutta basata sul potere del corpo perfetto e dell’eterna giovinezza. Caratteristiche che farebbero inorridire qualunque femminista assetata di altre prospettive tridimensionali per il ruolo della donna nella società. Eppure, oggi la Barbie sa prendersi le sue rivincite.

Come? Grazie alla provocazione di una ricercatrice della University of Huddersfield nel Regno Unito: Sarah Williamson l’ha infatti trasformata in un’ambasciatrice della parità di genere nel mondo dell’arte. Proprio lei che per molti è stata per anni allegoria di un modello da superare. Però la sua fama, spesso accompagnata da pareri negativi, è stata sfruttata per una causa ben più nobile. ArtActivistBarbie è la campagna che mette fisicamente alcuni modelli nei musei più noti, accompagnando la loro presenza con cartelli provocatori che puntano il dito nei confronti della sottorappresentanza femminile nel mondo dell’arte.

Per esempio c’è il messaggio sbarcato alla National Gallery di Londra che specifica che dei 2300 dipinti presenti nella collezione museale solo 21 appartengono ad autrici donne. Poi ci sono slogan come “Non essere tu la musa” o ancora la protesta contro la scarsità di donne nere nei dipinti e nelle sculture. Il progetto è inoltre parte del Feminist Museum Hack, un insieme di pratiche che ha lo scopo di analizzare e riflettere sul patriarcato attraverso immagini, rappresentazioni e caratteristiche dell’allestimento museale che mettono in ombra la componente femminile. E che parte dal presupposto fondamentale che i musei sono strettamente legati al processo di educazione tramite l’esperienza estetica e possono essere luoghi perfetti per promuovere una maggiore giustizia sociale. Proprio la ventriloquia è uno degli aspetti che caratterizzano questo progetto. “Per la precisione si tratta di una ventriloquia radicale – ha spiegato la sua inventrice sul sito dell’Università – All’inizio ho fatto delle foto alle Barbie e le ho postate su Twitter. Tre giorni dopo un solo tweet aveva raggiunto le 50mila interazioni. Così ho voluto continuare”.

In realtà l’empowerment di Barbie è anche interno alla Mattel, che da anni lavora per migliorare la considerazione e i ruoli di genere delle donne. Ha ad esempio lanciato il programma The Dream Gap, un fondo finanziato con 1 dollaro dalla vendita di ciascuna bambola, che ha lo scopo di sostenere il talento femminile in ambiti dove la rappresentanza è molto bassa. Nel 2018 ha poi lanciato una linea dedicata alle icone femminili del passato e del presente. Tra di loro Amelia Earhart, la prima aviatrice a sorvolare l’Atlantico, oltre alla pittrice Frida Kahlo e all’astronauta Samantha Cristoforetti. Ci sono state anche iniziative mirate a cambiare i fisici dei modelli, introducendo versioni curvy, basse o molto alte. In questo modo un simbolo bistrattato usa la propria fama, a volte persino negativa, per canalizzare maggiore attenzione sul tema della parità.

Quindi lustrini sì, biondo anche, ma funzionali all’attivismo di chi desidera un mondo più equo.



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