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Calcio maschilista: il problema non è certo Wanda Nara

Alessia Laudati
5 Marzo 2019

Il maschilismo nel calcio corre sì sul filo dell’opinione pubblica, ma soprattutto nel mancato riconoscimento di tutele e retribuzione economica adeguata per le sportive

Di Wanda Nara come simbolo di sessismo e di discriminazioni nel mondo del calcio si può parlare a lungo, a partire non solo dall’atteggiamento poco gentile – è un eufemismo –che tifosi e addetti ai lavori le hanno riservato di recente. Le reazioni di fronte alle provocazioni della moglie di Icardi sembrano all’apparenza concludersi nell’umore di un’opinione pubblica che replica di netto i vizi peggiori della società. Una donna non deve entrare nello spogliatoio, Una donna non deve mettersi tra il giocatore e la squadra e infine Una donna non può parlare di calcio: queste le frasi che abbiamo sentito a commento della vicenda e che in fondo riflettono la mentalità di uno sport dove l’elemento femminile, per ideologia e per appartenenza, viene guardato con molto sospetto. Anche perché il settore non è certo digiuno di procuratori spregiudicati alla Mino Raiola, ammesso che il problema sia alzare i toni dello scontro in vista rinnovi. E poi in questo caso la strategia tanto criticata e scelta dal sergente Wanda – quella di utilizzare la propria popolarità per stuzzicare l’Inter – è anch’essa frutto della modernità e del potere, certo di immagine, certo di fidelizzazione mediatica, che la donna è riuscita a prendersi oggi.

Il problema è però un altro. Cosa succede se, valicato il confine del commento popolare, il maschilismo nel mondo sportivo trova concreta attuazione in una discriminazione reale e non solo formale? Perché in Italia manca ancora una legge sul professionismo sportivo femminile. Questo significa che all’interno di discipline come il calcio, il tennis, la pallavolo, le donne che giocano ad alti livelli non sono considerate professioniste ma semplici dilettanti. E i gol non c’entrano.

Restringendo il campo solo al calcio, la Federazione italiana giuoco calcio (FIGC) ha escluso dal professionismo le donne: possono essere professionisti solo gli uomini. Accade lo stesso nella Federazione italiana pallacanestro (FIP). Quindi per esempio Vezzali, Pellegrini e Egonu non sono per legge considerate delle atlete professioniste. Spetterebbe al CONI e alle federazioni sportive di riferimento muoversi per ridurre il divario, ma dal 1981, anno di emanazione della legge statale di settore, a oggi, non ci siamo mossi di un millimetro.

Che cosa significa questo sul piano concreto? Che le sportive non hanno diritto a un contratto di lavoro, a un’assicurazione sanitaria, al trattamento di fine rapporto, a contributi pensionistici e, in generale, sono escluse dalla maggior parte delle forme di tutela presenti nel mondo del lavoro sportivo ufficiale. Esiste per loro una contrattualizzazione secondaria – nel 2018 è stato istituito un Fondo per la maternità – che però le tiene fuori dalle forme piene di tutela che invece riguardano gli sportivi e che sono affidate per la maggior parte alla forza contrattuale del singolo. A rischio sono quindi l’indipendenza economica delle giocatrici e le forme retributive tra società e giocatrici che garantiscano sul piano economico il riconoscimento di un’attività professionistica.

Un’idea degli stipendi di serie A femminile? Secondo gli ultimi accordi all’interno del nuovo regime FIGC, l’accordo economico può avere durata fino a tre anni, con l’erogazione di una somma non superiore (al lordo) a 30.658 euro da corrispondersi in 12 mensilità. In aggiunta, le calciatrici, sempre dilettanti, possono ottenere rimborsi spese per un massimo di 61 euro al giorno per cinque giorni a settimana in periodo di campionato, ridotti a 45 euro durante la preparazione. Fino alla passata stagione, il massimale per l’accordo economico era di 28.158 euro sotto l’egida della Lnd.

Assist, Associazione Nazionale Atlete lo ha sottolineato più volte in questi anni, ma nulla è ancora cambiato. Ricordiamocelo la prossima volta che decidiamo di parlare di sport e di sessismo.

 

 

 

 

 



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