Cinema

Call me by your name

Michela D'Agata
1 febbraio 2018

Reduce da ben quattro nomination agli Oscar (miglior film, miglior attore protagonista, miglior canzone originale e miglior sceneggiatura non originale) l’attesissimo film Chiamami con il tuo nome (in originale Call me by your name), diretto da Luca Guadagnino e tratto dall’omonimo romanzo di André Aciman, lo scorso giovedì è finalmente uscito nelle sale italiane.

La famiglia Perlman, italoamericana di origine ebraica, vive in una splendida villa ottocentesca immersa nel verde delle campagne del nord Italia. Elio (Timothèe Chalamet) è l’unico figlio della coppia ed è un diciassettenne piuttosto insolito: coltissimo e dotato di una sensibilità fuori dal comune, passa le sue giornate a leggere libri e scrivere musica aspettando che l’estate finisca. Il padre di Elio (interpretato da Michael Stuhlbarg), professore universitario specializzato in cultura greco-classica, come ogni anno decide di accogliere nella sua casa un dottorando per aiutarlo a preparare la tesi durante il periodo estivo. Ed ecco che da oltreoceano arriva il ventiquattrenne Oliver (Armie Hammer), uno spilungone americano con il fascino da dio greco, strafottente il giusto e ben consapevole del suo appeal. Elio, dal cui punto di vista è narrato l’intero film, sarà immediatamente disturbato e attratto da questa nuova presenza. Grazie al lungo tempo passato insieme tra i due nascerà una fortissima attrazione che sfocerà in un affetto inarrestabile.

Baci rubati, carezze, piedi e mani che si sfiorano e dolci abbracci raccontano con incommensurabile sensibilità l’amore sincero tra Elio e Oliver, un amore in cui tenerezza ed erotismo viaggiano straordinariamente di pari passo. La tensione data dalla loro attrazione reciproca, frenata faticosamente per più di metà film, vi terrà bramosamente in attesa e si farà pian piano spazio nella vostra anima, che si troverà grata di poter accogliere una storia di tale bellezza e umanità.

Se da un lato c’è la storia d’amore, dall’altro c’è il bisogno dell’acerbo Elio di crescere e di scoprire se stesso, di indagare le sue pulsioni e i suoi istinti, accompagnato però dall’inevitabilità del dolore, esperienza umana necessaria e contestuale alla crescita e, in questo caso, anche forzata dalle circostanze di tempo e di luogo in cui la pellicola è ambientata (negli anni Ottanta infatti le relazioni omosessuali non potevano essere vissute liberamente). Un dolore che, come ci insegna il padre di Elio nel suo straordinario monologo finale, con il passare del tempo rischia di sovrastarci e di farci chiudere a qualsiasi emozione: “Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire”.

Ogni scena di questa pellicola è un piccolo gioiello, ogni parola è pesata, ogni dettaglio è curato, ogni particolare è pensato: le magliette indossate dai protagonisti, i barattoli del caffè Illy, i manifesti elettorali d’epoca affissi nella piazza principale del paese, e come dimenticare il Pandino blu che sfreccia in un scena in secondo piano. L’Italia c’è in questo film e si vede.

In un tempo in cui si parla di sesso solo in ottica volgare o di violenza, in un tempo in cui vige ancora un tabù su determinati argomenti e sul modo di trattarli, un film di questo genere spiazza nella sua delicata schiettezza e ci fa rendere conto che forse è proprio questo ciò di cui avevamo urgentemente bisogno.

Chiamami con il tuo nome dal primo minuto ti ruba il cuore, per le due ore successive te lo stritola e quando finisce non te lo ridà più indietro. Ma la verità è che anche potendotelo riprendere forse non lo faresti.


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