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Caster Semenya: oltre i muscoli c’è di più?

Alessia Laudati
14 Maggio 2019

Il caso della velocista sudafricana costretta ad abbassare il testosterone se vuole continuare a gareggiare. Ma non sarebbe come chiedere che tutti gli atleti abbiano la stessa identica altezza pur di avere una gara equa?

 

Caster Semenya è una mezzofondista e velocista sudafricana di 28 anni che nel 2009 ha vinto la gara degli 800 metri ai Campionati mondiali segnando così il nuovo record nazionale sudafricano. Dopo quella data è stata per due volte campionessa olimpica degli 800 metri piani (nel 2012 e 2016) e per i suoi successi è considerata all’unanimità una fuoriclasse assoluta. I suoi guai cominciano però nel 2009, proprio per via di quella vittoria stravolgente in Germania: viene infatti accusata, o sospettata, in virtù dei risultati sorprendenti raggiunti, di essere in realtà un uomo e per questo le viene chiesto di confermare la propria identità biologica tramite un test del DNA. Dopo varie vicissitudini, emerge che la Semenya non è un uomo, come si vociferava, bensì una donna affetta da iperandrogenismo. L’iperandrogenismo è una condizione fisiologica in cui il corpo femminile produce naturalmente una eccessiva quantità di ormoni androgeni, come per esempio il testosterone. Tuttavia la correlazione tra specificità ormonale e vantaggi sportivi, qui sta il cuore della questione, non è affatto conclamata né rettilinea. Il fatto ha aperto una lunga polemica, che va avanti da anni, su come regolare, o se regolare, l’accesso e la partecipazione alle competizioni delle atlete con livelli di testosterone alto.

Andando al nocciolo: queste atlete devono adeguarsi ai livelli di testosterone delle altre competitor, magari per mezzo di soluzioni chimiche e con il fine di rendere la competizione più equa? Oppure il bagaglio biologico-genetico non deve essere modificato perché è parte di quella dotazione normale che ognuno di noi porta con sé? Per ora la questione è molto aperta e molto spinosa. Intanto il Tribunale arbitrale internazionale dello sport di Losanna (TAS) ha respinto il ricorso presentato dall’atleta per l’annullamento del regolamento della IAAF, che impone alle atlete con iperandrogenismo di abbassare il livello di testosterone. La sentenza del ricorso afferma che le regole sono discriminatorie ma allo stesso tempo le qualifica come “necessarie, ragionevoli e proporzionate” per assicurare la validità e la competitività delle gare. Come dire, sul piano etico-morale siamo di fronte a una disparità, ma non possiamo fare a meno di applicarle per garantire l’equità della gara. Semenya dovrà quindi ridurre il testosterone se vorrà partecipare.

Una decisione che fa acqua da tutte le parti. A partire dal fatto che non esistono studi specifici che mettano in correlazione in maniera stringente l’alto livello di testosterone con performance eccellenti. Lo ribadisce anche il Tribunale dello Sport che non c’è “evidenza conclamata” su come una tale condizione possa produrre dei vantaggi nella gara dei 1500 metri.

Il testosterone, pensiamo noi, è la base; un po’ come avere gambe lunghe, essere alti o avere una struttura fisica possente. Ma per diventare un atleta vincente servono anche altre qualità. L’allenamento, la determinazione, lo sforzo. Insomma, è riduttivo pensare che basti essere più alti degli altri o più muscolosi per vincere o che la componente fisica possa, da sola, vanificare una gara.

A ben vedere, ogni atleta che si presenta al blocco di partenza ha caratteristiche diverse; alcune possono essere un vantaggio, altre uno svantaggio. Per esempio avere tanti muscoli può essere anche una diminutio perché il muscolo pesa di più e rallenta la volata. Va quindi gestito tramite la tecnica, il carattere o il bilanciamento di altre doti.

Invece, immaginare un futuro dove per competere bisognerà avere le stesse caratteristiche fisiche di partenza degli altri – dunque parliamo di altezza e peso, oltre che carica ormonale – ci sembra piuttosto grottesco. Però questa decisione va in quel senso più di altre e dobbiamo chiederci se l’uguaglianza, valore fondante dello sport, si riduca davvero a questo. Ossia all’essere uguali, copie genetiche gli uni degli altri.

Facciamo un altro esempio. A Leo Messi la chimica ha dato un aiuto nello sviluppo permettendogli di sopperire a un deficit di crescita che lo avrebbe lasciato basso di statura e gracile. È sufficiente questo dato per dire che Messi deve il suo successo solo a quella cura? Ci sono caratteristiche naturali o meno che fanno di ogni possibile sportivo un potenziale campione, solo eventuale, ma per la realizzazione vera e propria la natura da sola non basta. Lo sport per essere davvero inclusivo, dovrebbe tenere conto di questo.



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