Leggere insieme

Cerfoglio

Marina Petruzio
8 Febbraio 2020

“Cerfoglio” di Ludwig Bemelmans, pittore e scrittore, approda nel vasto panorama dell’albo illustrato tradotto, grazie alla lungimiranza di LupoGuido editore. Grazie perché era dal lontano 1953, da ben sessantasette anni, che non lo si vedeva da queste parti.  Sessantasette anni in cui Cerfoglio sarà stato seduto accanto al suo amico albero di pino, l’uno canuto e l’altro sfogliato, inseparabili, e indistinguibile il palco di corna del cervo dai rami del pino e chissà quanti ricordi, racconti da caminetto, si saranno narrati vicendevolmente prima di approdare nuovamente sugli scaffali delle librerie!

A chi Ludwig Bemelmans dicesse qualcosa è perché è anche l’indimenticabile papà di “Madeline”, la più piccola delle dodici bambine che abitavano in un orfanotrofio parigino, fortunata serie per la quale si aggiudicò il Caldecott nel 1954. Cerfoglio è uno dei tanti albi illustrati che pubblicò durante la sua fertile carriera. Penna e inchiostro, acquarello e tempera sono gli strumenti della sua illustrazione a tratti naïf. La vicenda di Cerfoglio e albero di pino è semplice e alquanto inusuale. Il destino spesso è burlone e il tenace seme di albero di pino andò a piantarsi proprio in bilico su un burrone, pochi centimetri e sarebbe cresciuto forte e robusto in un magnifico prato ricco e odoroso di acetosella, erba zolfina, bucaneve, digitale, stellina odorosa, borsa del pastore, erba pignola, cardo asinino, e tante di più sono nei risguardi. Invece prese al volo il bordo del burrone e in bilico crebbe stortino per bilanciarsi un po’ di qua e un po’ di là. Ma in quella scomoda posizione per tutta la vita ebbe due lavori: vedetta e limite. Meglio certo di tanti simili spilungoni alti e dritti che finivano in assi per i più disparati utilizzi o in fiammiferi per accendere altri simili in ciocchi. Ma il punto vero era che storto o dritto aveva sviluppato una chioma a capanna dove Cerfoglio crebbe famiglia: sicura, protetta e felice. È così che nascono amicizie per la vita, prendendosi cura, offrendosi vicendevolmente, fondendosi quando necessario. E a parte le scene bucoliche di giovani cervi in amore, di coniglietti, scoiattoli e cerbiatti che giocano felici nel prato dalle erbe alte e fiorite, parco giochi e mensa, piacere comune da condividere, segreta formula di lunga vita, il cuore del racconto riguarda il malcapitato cacciatore. Già, sentito bene, un cacciatore.

Il cacciatore, come tutti i cacciatori che si rispettino, è un signore di mezza età: il suo primo piano mentre scruta con il binocolo l’altura – berretto in panno rosso, caldi guanti in camoscio, non a caso, foderati di morbida lana, e quelle belle giacche da caccia, in lana un po’ cruda con i bordi in maglia, mascella serrata, naso schiacciato da boxer – è un vero capolavoro. Gli occhi piantati negli occhi del cannocchiale, miopi al punto giusto da avere lenti spesse e messa a fuoco potente. Il cacciatore scorge, chiaro e distinto, Cerfoglio intento a brucare erbe fresche e fiorite. Di mezza età sì, ma in perfetto allenamento: per catturare e mettere in letargo perpetuo la sua preda non esiterà a scalare l’impervia altura. Immaginiamo di sentire il tonfo del fucile appoggiato, quasi lanciato sul terreno nel compiere l’ultimo sforzo: issarsi finalmente in cima. Cogliamo quasi il respiro affannoso del cacciatore – perché va bene l’allenamento ma pur sempre di impervia e altura trattasi. Cogliamo il dramma della canna di fucile appoggiata al ramo spoglio di albero di pino, l’amico usato per un vile fine, e poco distante Cerfoglio ignaro. Sentiamo il rumore secco del grilletto tirarsi e poche pagine più in là una figura di cui si intuisce la caduta libera dall’altura impervia al contrario. È il cacciatore che ha avuto la peggio. Non caccerà più.

Il cacciatore, con il suo significato, da protagonista di fiabe e racconti col tempo si fa fantasma in storie e illustrazioni. Da salvatore della nonna sparisce di scena dimenticato, come spesso accade ai benefattori. Di fucili con o senza cacciatori, banditi e cowboy non c’è più l’ombra, eppure l’immaginario dei bambini ne è pervaso – fosse solo perché pervasa ne è un certo tipo di immagine virtuale. Ma nei libri no. Eppure, il divertente, dopo essersi accertati della salute di Cerfoglio, è proprio quel cadere perfettamente bidimensionali con scarponcini e calzerotti rossi risvoltati. Quel vedere i piedi e percepire tutta la figura slanciata: braccia in avanti, mani aperte come a fendere l’aria, e il berretto che precede l’inarrestabile caduta. Il bello sono quei soli piedi disegnati in un primo piano chiuso, che lasciano lo spazio all’immaginazione. È il colpo di scena. Il perturbante. Il bello è sapere che il cattivo non caccerà più qualsiasi cosa decida di fare, potendo. Il bello è quell’urrà! finale che risuona nelle orecchie.

 

 

Cerfoglio
di e illustrato da Ludwig Bemelmans, 1953
traduzione di Gabriella Tonoli
edito LupoGuido 2020
€17
età di lettura: dai 3 anni