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Chi odia Greta? Non odia l’ambiente, ma una gioventù finalmente impegnata

Alessia Laudati
28 Maggio 2019

Le critiche aspre a chi è sceso in piazza e ha scelto l’ambiente nascondono il fallimento della politica tradizionale nell’attrarre i più giovani. Mascherata però con il sarcasmo

 

Greta Thunberg, almeno in Italia, non è piaciuta proprio a tutti. Lo hanno testimoniato i tweet al vetriolo, le opinioni negazioniste sull’ambiente espresse via social, le accuse di complottismo e i retroscena improbabili, come l’accusa all’attivista di essere manovrata; oltre ovviamente ai titoli di quotidiani non sempre teneri con l’adolescente svedese e con i suoi followers. Molte di queste critiche erano figlie evidenti di pura ignoranza – per esempio l’infelice commento di Rita Pavone –, ma per altre il retrogusto era quello invece di una frattura generazionale, di un’incomprensione verso un mondo che cambia e che non si sa più come interpretare. Molti di voi, probabilmente, avranno sentito, per strada o tra i conoscenti e gli amici, almeno una vocina fuori dal coro che poneva come presupposto del discorso la cara e vecchia formula “Ma ai miei tempi…”, magari seguita da un sospiro di chi è perso nei propri ricordi. In effetti queste accuse velate di nostalgia ma anche di paternalismo, hanno in parte sottolineato un gap generazionale. Mentre il climate change e le politiche a tutela dell’ecosistema sono considerate da sempre una tematica più vicina alla sinistra e per questo spesso il fenomeno Thunberg viene attaccato per pura strumentalizzazione politica, a dividere su questi temi – ed è evidente – è anche l’età.

Se un tempo erano i partiti e i loro ideali a portare le persone nelle piazze (e in parte lo fanno ancora), un vero collante sociale capace di unire e di formare ogni gruppo sociale “under”, oggi è la preoccupazione per l’ambiente ad aggregare di più i giovani. Soprattutto in Italia dove l’alto tasso di astensionismo tra i 18 e i 30 anni è una realtà, e dove forse la raccolta differenziata viene in questo momento sentita in maniera più forte e maggiormente capace di empowerment, rispetto all’interesse per ciò che accade in Parlamento. Magari perché si ha più l’impressione di contare qualcosa riducendo i consumi inquinanti che votando un proprio rappresentante al Senato.

E questa è una triste lezione, considerando anche l’assenza nel nostro Paese di un partito verde come in altre parti d’Europa, alla quale però la politica e la società rispondono spesso con sarcasmo. Come? Criticando la passione delle piazze, ostentando un po’ di ironia per scelte di vita green che appaiono come troppo drastiche e soprattutto negando che l’ambientalismo sia in parte diventata la nuova ideologia dei millennial e dei giovanissimi, almeno alla pari della battaglia sui diritti.

E questo è davvero insopportabile per chi vuole i giovani, soli, indifesi e astenuti. Quasi un aspetto minaccioso per una politica che ha rimandato il ricambio generazionale della propria classe dirigente proprio perché scarsamente interessata a intercettare un pubblico di elettori che nella maggior parte dei casi rinuncia al voto. Quanto fa più comodo, in termini di strategia, rivolgersi alla propria platea di votanti consolidati, con cui magari si condivide anche lo status anagrafico, invece che svecchiarsi per intercettare le esigenze dei più giovani? Quanto è più facile screditare la valenza dei temi ambientali, in termini di capacità di aggregazione di una nuova generazione che si forma, invece che fare mea culpa sui propri errori?

Forse la prossima partita politica si giocherà proprio su questo: ossia sul voto dei giovani e giovanissimi e su chi riuscirà a scuoterli dal loro disinteresse. Magari andando, per una volta, a lezione da Greta.



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