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Color power: se le donne non hanno voce è il colore a rompere il muro

Alessia Laudati
23 Aprile 2019

Una nuova forma di lotta alle disuguaglianze che vale più di tante parole e che usa il corpo, quel corpo femminile spesso oggetto di molte attenzioni, per protestare contro le ingiustizie

 

Accogliere una caratteristica da sempre collegata all’universo femminile, ovvero l’ossessione e la pressione mediatica per l’aspetto esteriore e l’abbigliamento, e saperlo usare a proprio vantaggio. Questo stanno facendo le donne di ogni parte del mondo, non importa che siano attrici, imprenditrici in vista, politiche o semplici dipendenti, attraverso una piccola forma di protesta che parte proprio dal colore e dall’abito indossato per pensare in grande.

Di recente le dipendenti di Microsoft si sono vestite tutte di bianco – un colore che ha un forte richiamo al mito delle suffragette e della purezza femminile – per protestare contro le disparità di accesso alla carriera in azienda e contro i casi di molestie sessuali. La protesta “bianca” è avvenuta in presenza dell’amministratore delegato Satya Nadella. Non è la prima volta che il silenzio sulle condotte omertose degli uomini all’interno di diverse realtà professionali viene rotto dal potere del colore, ma è soprattutto nel settore hi-tech e nella Silicon Valley che il problema sta emergendo con maggior forza.

Ovviamente non è stato né il primo né l’unico caso: durante una vetrina mediatica importante come i Golden Globe 2018 molte attrici hanno scelto di vestire in nero per ricordare al mondo il lutto e la piaga delle violenze sulle donne esplose con il movimento #metoo. Nel 2017 era stato un nastro blu che in tante hanno voluto sfoggiare sul red carpet per ricordare a Donald Trump l’esistenza di una collettività non così d’accordo su provvedimenti razzisti come il Muslim Ban e la politica interna fortemente anti-migranti.

E sono proprio i due poli opposti dello spettro cromatico, nero e bianco, ad aver segnato molte di queste manifestazioni. Oltre ai già citati casi, anche le donne del Democratic Women’s Working Group hanno, in occasione della prima seduta del Congresso a cui era presente Donald Trump, deciso di vestirsi all-white per ricordare al Presidente i diritti femminili che spesso pubblicamente aveva dimostrato di disprezzare o ignorare.

Il colore, insomma, diventa così un potentissimo mezzo per veicolare messaggi di protesta, un modo per simboleggiare l’unione di una collettività: pensiamo solo all’impatto visivo di una manifestazione partecipata in piazza dove tutti indossano la stessa tinta – non è dunque certo un caso che le proteste femminili più recenti abbiano scelto proprio una sfumatura precisa per affermarsi. Cosa dire infine del carattere del rosa acceso del pussy hat, il cappello rosa con le orecchie diventato protagonista della Marcia delle donne?

Siamo abituati a pensare alla moda come a qualcosa di accessorio e superfluo, al massimo una componente aggiuntiva nella vita delle persone. Invece è e può essere un linguaggio da utilizzare anche per lottare, rivendicare diritti, contrastare le ingiustizie, non solo di genere. Basti pensare ai tanti designer “schierati”, come Stella McCartney o Vivienne Westwood, che hanno fatto della difesa dell’ambiente una vera bandiera. Ecco allora che un gesto apparentemente insignificante come scegliere che cosa indossare la mattina o quali abiti e materiali far sfilare su una passerella diventa una vera forma di protesta e acquista una voce potente e davvero comprensibile a tutti.



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