Lifestyle

Coronavirus: è morto l’architetto Vittorio Gregotti

Beatrice Trinci
15 Marzo 2020

Ricoverato all’ospedale San Giuseppe di Milano, in seguito a una polmonite da Coronavirus, è morto a 92 anni Vittorio Gregotti, uno dei più importanti architetti, urbanisti e teorici italiani del Novecento.

Nato a Novara nel 1927, il noto progettista si è affermato sulla scena internazionale a partire dal secondo dopoguerra, impreziosendo numerose città delle sue creazioni, fusione artistica di rigore nordico e geometrie schiette.

Appassionato di ogni forma d’arte, dalla letteratura alla musica, dalla filosofia alla pittura, tra i suoi oltre 1500 progetti ricordiamo gli stadi di Barcellona e Genova, il Teatro degli Arcimboldi a Milano, la trasformazione del quartiere Bicocca, sempre nel capoluogo lombardo, e della facoltà di Medicina della Federico II a Napoli, nonché il controverso quartiere Zen di Palermo, per il cui fallimento in fase di realizzazione l’architetto ha dato la responsabilità alle infiltrazioni mafiose negli appalti. E ancora, la ristrutturazione da ex fabbrica del gruppo Ilva a Teatro Fonderia Leopolda, a Follonica, in provincia di Grosseto, l’ampliamento del museo d’arte moderna e contemporanea dell’Accademia Carrara a Bergamo, il ponte sul Savio a Cesena e l’acquario municipale Cestoni di Livorno. All’estero, invece, risplende la sua firma sul Centro Cultural de Belém a Lisbona, su Il Grand Théâtre de Provence ad Aix-en-Provence, nel sud della Francia, e sulla progettazione del quartiere residenziale di Pujiang, a Shanghai.

Milanese d’adizione, Vittorio Gregotti fu tra gli esperti che nel 2015, a fine Expo, si raccomandò con il comune della città di non abbandonare l’area dismessa di Rho Fiera: “Per vivere, l’area deve restare viva, diventare un pezzo di città. Milano sfrutti la grande sfida della Città metropolitana”. Al suo impegno urbanistico, si aggiungono anche le tante pubblicazioni in veste di divulgatore, come Dentro l’architettura (1991), Le scarpe di Van Gogh (1994), Una lezione di architettura (2009), Tre forme di architettura mancata (2010), sino a Il sublime al tempo del contemporaneo (2013) e Il mestiere di architetto (2019).

E per il futuro di questa disciplina? Gregoretti aveva le idee ben chiare, come raccontato nella sua ultima intervista al Corriere della Sera: “Il potere finanziario, che è l’unico che permette di fare grandi cose in architettura, è globale e vuole progetti globali, che vadano bene in ogni parte del mondo, mentre all’architetto ormai si chiede solo di meravigliare, di creare un’immagine la più possibile originale, allontanandoci dalla nostra storia, dalle nostre radici. Ai giovani vorrei insegnare a non essere così, a non avere con i fondamenti dell’architettura un rapporto istintivo, a studiare, a utilizzare bene tutti gli strumenti che oggi hanno a disposizione”.