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Cos’è la PAS e perché se ne discute tanto

Alessia Laudati
26 Marzo 2019

Una teoria scientifica non accreditata viene messa a fondamento di più progetti di legge. E scoppiano le polemiche.

La PAS, sindrome di alienazione parentale, fu descritta per la prima volta da Richard Gardner, psichiatra statunitense che nel 1985 la definì come un nuovo tipo di malattia mentale diagnosticabile che si manifesterebbe nell’ostilità nei confronti di un genitore in assenza di comportamenti e motivazioni tali da giustificare tale rifiuto da parte del minore. Una posizione mai riconosciuta all’unanimità della comunità scientifica che per comportamenti di questo tipo parla più di varie dinamiche relazionali e non di vera e propria malattia perlopiù unitaria.

Qual è la differenza? La PAS sta diventando, durante le separazioni e i casi di affido, uno strumento utilizzato da un genitore nei confronti dell’altro come accusa e rivalsa in un giudizio per la custodia dei figli. E il fatto che si tratti di un disturbo non riconosciuto in ambito scientifico pone molti dubbi sulla sua validità in ambito giudiziale.

Non solo: la PAS continua a essere centrale nella riforma del diritto di famiglia in arrivo. Ne parla chiaramente la relazione che accompagna il disegno di legge n. 45 del 2018 (a firma Binetti e Sacconi) – Disposizioni in materia di tutela dei minori nell’ambito della famiglia e nei procedimenti di separazione personale dei coniugi – e anche il discusso progetto di legge Pillon. Eppure, non è inserita nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), la principale fonte quando si parla di problematiche psichiatriche, né tantomeno è considerata dall’APA (American Psychological Association). Nel frattempo il Ministro Bongiorno vuole addirittura tramutarla in reato.

Oltre a questo, la PAS – che, ripetiamolo, non è accreditata nella comunità scientifica – viene anche tirata in causa, come denunciano le Associazioni, nei casi giudiziari di violenza contro le donne che coinvolgono separazioni e affidi per giustificare la diffidenza di un minore nei confronti della figura paterna. Quella della PAS può dunque diventare una scorciatoia a cui appellarsi in sede di affido o di separazione per mascherare invece un comportamento che potrebbe aver prodotto un trauma sul minore e una conseguente diffidenza o paura. Per dirla facile: “Non sono io che sono stato violento, è la PAS che parla”.

Come denuncia L’Associazione italiana di psicologia giuridica in una nota a commento del Pillon, il rischio è che l’alienazione parentale venga usata sempre e comunque per etichettare in maniera superficiale un comportamento di rifiuto del genitore quando questo potrebbe invece celare problematiche reali come violenze o abusi e aver bisogno di perizie tecniche ben più approfondite e complesse. Per questo, la dichiarazione di PAS di default in presenza di ostilità del minore “pur in assenza di evidenti condotte dei genitori” potrebbe essere davvero affrettata.

Insomma, no alle semplificazioni e alle diagnosi troppo rapide in casi come questi. I pericoli sono tanti, troppi.

 

 



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