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Da Macy’s a Barneys, lo shopping online mette in crisi i fashion retailer

Mia Damiani
10 Febbraio 2020

Lo store Macy’s in Herald square a Manhattan

I grandi magazzini soccombono alla crescita dell’online. È il caso di Macy’s, Barneys, Forever 21. È crisi del settore?

Solo l’ultimo in ordine di tempo. Macy’s, il colosso americano, annuncia la chiusura di 125 punti vendita nei prossimi tre anni: un’ammissione implicita sul fatto che un quinto dei suoi negozi non riesce ad attirare clienti. I tagli fanno parte di un piano anti-bancarotta e riguarderanno i grandi magazzini che realizzano meno vendite, inclusa la doppia sede di Cincinnati: il quartier generale sarà spostato a New York. E a farne le spese saranno oltre 2mila lavoratori, che resteranno a casa.

Prima c’era Barneys. Chi non ricorda il quartetto di Sex and the City alle prese con lo shopping luxury nel mitico centro commerciale di New York? A novembre 2019 però il colosso è finito nelle mani di Authentic Brands – proprietario di label come Juicy Couture, Nine West e Nautica – per circa 271 milioni di dollari. E ora si dovrà accontentare di occupare il quinto piano di Saks Fifth Avenue, appena liquiderà tutti i suoi ultimi rimasugli rimasti nei suoi due negozi di Manhattan.

Negli Usa, non va meglio il settore low cost. Sempre in ambito fashion retailer, anche il re del fast fashion teen Forever21 ha presentato lo scorso anno istanza di fallimento, chiudendo ben 178 sedi solo in America.

Se la crisi dei grandi magazzini è tangibile (e la colpa è soprattutto di Amazon e della crescita delle vendite online), è difficile capire come fronteggiarla per risollevare la china. Macy’s ha fatto sapere che studierà modelli alternativi di negozi, di sicuro più piccoli di quelli attuali. Un trend seguito da molti big dell’abbigliamento rimasti indietro sulle vendite online. Ma basterà?

Anche H&M – che nel Q4 ha visto calare ancora una volta i suoi profitti, soprattutto rispetto ai più lungimiranti e web-friendly Zara e Asos – sta valutando di trasformare i propri negozi in hub logistici per gli acquisti online, in modo da creare delle interconnessioni sempre più forti tra reale e virtuale. In campo luxury, dall’Europa arrivano comunque segni positivi: basti pensare a realtà nate sul web che hanno persino aperto negozi e store fisici, da Mytheresa a Net-a-porter. E restando in America, la canadese Ssense resta un esempio da seguire. La via? Puntare su una shopping experience in-store connessa e attenta ai bisogni dei consumatori, sempre più esigenti ma fast. Come un click.

 



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