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Deserto del Negev: universo immacolato

Carla Diamanti
6 settembre 2018

Il colore cambia pian piano ma tu non te ne accorgi. Cammini seguendo Yoav, che conosce la strada senza bisogno di indicazioni: l’ha percorsa centinaia di volte. Tu procedi in silenzio, con gli occhi in continuo movimento, alternando sorsi di acqua fresca dalla borraccia a soste per scattare una fotografia. Mentre i raggi del sole sono ancora obliqui e clementi, il deserto del Negev inesorabilmente ti attraversa i pori, ti entra nel respiro, ti rapisce il cinguettio degli uccelli, ti si piazza nel cuore e da lì non se ne andrà più.

Il viaggio a piedi comincia poco oltre la strada asfaltata, dove scendi da una jeep che a vederla racconta delle continue prove a cui il deserto la sottopone. Salite e precipizi, rocce e sabbia che si inerpicano sui rilievi e che poi si inabissano fino al fondo dei tre crateri che segnano il terreno, rendendo lo spettacolo ancora più suggestivo. Attorno alla strada, e poi alla pista invisibile che solo Yoav sembra riconoscere, i rarissimi arbusti bassi sono ricoperti da un velo di polvere colore dell’ambra, che piano piano diventa sempre più chiaro. La sagoma del sentiero si assottiglia, si attacca a una falesia, ti obbliga a guardare i piedi e a spostarli uno davanti all’altro, con attenzione. Per trovare equilibrio ti appoggi alla roccia, che ti resta impressa nelle mani come borotalco.

Finalmente uno spuntone, un po’ di ombra, un attimo di riposo. Ferma, puoi finalmente liberare gli occhi e il cuore e lasciare correre gli uni e l’altro da una parte e dall’altra di questa vastità semicircolare totalmente bianca frenata a stento dal cielo di un azzurro intensissimo. In alto, qualche roccia sembra volerlo sfidare, allungandosi in sagome che assomigliano ora a dita, ora a sagome che sembrano strappate dal cornicione di una cattedrale gotica. A guardarle fanno pensare ad animali fantastici, a forze che si sprigionano dalla terra ribellandosi e rendendo il paesaggio ancora più bello. Sullo sfondo le montagne antiche hanno la vetta piatta: enormi budini rovesciati dove un sottile filo grigio rincorre l’onnipresente bianco.

All’improvviso un accampamento, una grande tenda di lana aperta in segno di accoglienza, stuoie colorate che ricoprono la sabbia, bassi materassi colorati attorno a una teiera fumante. Lei sorride coprendosi la bocca con la mano, abbassando gli occhi. Tira su il fazzoletto che era scivolato scoprendole il capo, ci fa segno di entrare. Il tè è profumato dalle erbe del deserto, è dolce al punto giusto, è caldo senza essere bollente, è servito in piccoli bicchieri di vetro. Lei chiede scusa, si ritira e torna poco dopo portandoci delle focacce appena fatte, yogurt e crema di fave. Sorrisi, intesa, occhi che si incontrano e si parlano in una lingua che va oltre i luoghi. Dicono che siamo benvenuti, ci fanno sentire a casa, ci danno ristoro quando i raggi del sole diventano perpendicolari e la tenda è un’oasi. Ma soprattutto amplificano l’esperienza, aggiungono emozioni, trasformano una passeggiata nel deserto in un momento che non si dimenticherà mai più.

 

 

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