Cinema

Diversità e romanticismo in un’insolita favola grottesca

Michela D'Agata
22 febbraio 2018

La forma dell’acqua (in originale: The shape of water), il nuovo film del regista messicano Guillermo del Toro, dopo la vittoria del Leone d’Oro a Venezia e di due Golden Globes è il grande favorito della stagione con ben 13 nomination agli Oscar (tra cui miglior film, miglior regia e miglior attrice protagonista e non protagonista).

Siamo a Baltimora nel pieno della guerra fredda. La protagonista Elisa Esposito (Sally Hawkins) è una donna muta (ma che ci sente benissimo) che vive da sola sullo stesso pianerottolo del suo migliore amico Giles (Richard Jenkins), brillante illustratore omosessuale in un’epoca in cui ancora non era permesso esserlo. Elisa inoltre lavora insieme alla chiacchierona Zelda (Octavia Spencer), collega afroamericana apprensiva e materna nei suoi confronti, come addetta alle pulizie alla Occam, un laboratorio governativo segreto. La loro vita scorre monotona ed abitudinaria, finché un giorno una strana creatura anfibia con sembianze umane, catturata in Amazzonia dove era venerata come un Dio, viene portata nel laboratorio per essere studiata e torturata a fini scientifici. Elisa è sin da subito incuriosita dall’uomo-pesce, andrà sempre più spesso a trovarlo portandogli del cibo, facendogli ascoltare musica ed insegnandogli il linguaggio dei segni per poter comunicare.

Tra loro nascerà un forte legame, Elisa si innamorerà dell’anfibio e quando scoprirà il triste destino che il laboratorio ha disposto per lui farà di tutto per salvarlo.

La pellicola inizia con una voce narrante, chiarendo sin da subito l’impostazione favolistico-onirica, continuando con la grottesca rappresentazione della realtà di Elisa e dei suoi protagonisti, personaggi bidimensionali, o buoni o cattivi, come tutte le favole che si rispettino. Appare immediatamente chiaro che il tema centrale della pellicola sia la diversità: Zelda e Giles sono gli unici amici di Elisa con cui la donna condivide la condizione di solitudine ed emarginazione. Sono eroi inadeguati, incompresi da chi li circonda e uniti dalla loro diversità, nati forse in un’epoca sbagliata in cui maschilismo, razzismo e omofobia ancora imperavano indisturbati. A loro si aggiungerà la creatura semiumana, l’unica in grado di guardare oltre alle apparenze e guardare Elisa per come è, e non come “diversa”, proprio al pari di come lei guarda lui. Il loro amore, che non si limiterà alla dimensione platonica, sembrerà a prima vista bizzarro e difficilmente comprensibile ma sarà poi accettato dallo spettatore che sarà coinvolto dalla loro tenera stranezza. Se da un lato la tematica della diversità è ancora estremamente attuale, dall’altro non è abbastanza approfondita, la semplice trama inoltre scorre in maniera fin troppo lineare e prevedibile, accade tutto ciò che ci si aspetta che accada. Il mutismo della protagonista è ben colmato dall’ottima colonna sonora, anch’essa presente tra le numerose candidature agli Oscar. La regia è fluida, le scenografie e i costumi sono curati nei minimi dettagli e le tonalità del verde dominano qualsiasi scena.

Una favoletta d’amore, dove lei non è troppo bella e lui non è tropo bestia, in cui non c’è niente di sbagliato ma niente di straordinario. Siamo sicuri che tutto questo sia abbastanza per gridare al capolavoro?


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