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Equinozio di primavera: miti e tradizioni della stagione della rinascita

Silvia Ragni
14 Marzo 2019

Ci siamo quasi: gli ultimi freddi si stanno stemperando, il sole splende su giornate sempre più lunghe. La primavera è in arrivo e tra una settimana – per l’esattezza il 20 Marzo – farà il suo ingresso ufficiale. In quella data, denominata “Equinozio” dal latino “aequus nox” (ovvero “notte uguale”), le ore notturne e diurne avranno un’identica durata ed il Sole, allo Zenit dell’Equatore, irradierà i suoi raggi perpendicolarmente all’asse di rotazione terrestre.

Come ogni anno, questo affascinante fenomeno sancisce l’inizio dei mesi più luminosi dell’anno, della rinascita dopo il “letargo” invernale. La natura si risveglia, le chiome degli alberi si tramutano in grandi nuvole fiorite mentre il clima si addolcisce, spronandoci a godere dell’aria aperta: un autentico stato di grazia da cui sono scaturiti miti e rituali che risalgono alla notte dei tempi.

Presso gli antichi popoli, l’Equinozio possedeva una valenza molto importante. La terra che ritrova la sua fertilità, la luce che prevale sull’oscurità, rievocavano il concetto atavico del trionfo della vita sulla morte. L’Antica Roma celebrava l’arrivo della primavera attraverso innumerevoli riti. Tra essi citiamo quelli intitolati alla dea Flora, protettrice dei fiori in boccio: i cosiddetti “Floralia”, quando la fioritura raggiungeva il suo apice (ossia a fine Aprile), inneggiavano alla fecondità tramite cerimonie bucolico-orgiastiche.

In tempi remotissimi, circa 4700 anni orsono, in Egitto si festeggiava Sham el Nessim. Anche in questo caso, i riti della fertilità predominavano; per propiziarsi il favore delle divinità, gli Antichi Egizi erano soliti offrir loro pesce, cipolle ed insalata fresca. Pare, inoltre, che il giorno dell’Equinozio di Marzo la Grande Sfinge di Giza si allinei esattamente con il sole che sorge: un fenomeno che coinvolge altri noti monumenti come il tempio di Angkor Wat in Cambogia, la piramide messicana di Chichén Itzà e i megaliti di Stonehenge, questi ultimi allineati con il levar del sole anche durante i Solstizi.

Nel mondo ellenico, sin dal VII secolo a.C, il risveglio della natura veniva salutato con i Misteri Eleusini. Suddivisi in una fase primaverile e in una autunnale, nella prima questi riti celebravano il ritorno dall’Ade di Persefone, che sarebbe rimasta accanto a sua madre Demetra per tutta l’Estate. I Misteri erano intrisi di simbologia sul ciclo eterno di vita, morte, rinascita, ma una “rinascita” ultraterrena e non solo nell’accezione campestre.

“Ostara”, o “Eostar”, era invece il nome con cui i popoli germanici designavano Eostre, la dea pagana della fertilità: i rituali in suo onore includevano l’accensione di un cero, emblema della fiamma dell’esistenza, che le sacerdotesse lasciavano ardere nei templi fino all’alba.

 I Celti denominavano il mese che sanciva l’arrivo della primavera Eostar-monath, da cui derivarono poi l’inglese “Easter” ed il tedesco “Ostern”- entrambi con il significato di “Pasqua”. Nel corso del tempo, le celebrazioni cristiane si sono sostituite a quelle pagane e, oltre a sovrapporsi alle loro date (nel 325 d.C. il Concilio di Nicea, con l’intento di contrapporre i festeggiamenti per la risurrezione di Cristo ai rituali per la rinascita della natura, fece coincidere la Pasqua con la domenica successiva al primo plenilunio dopo l’Equinozio di Primavera) ne adottarono i simboli.

Uno su tutti? L’uovo: embrione primordiale, si riallacciava al mito della Fenice che, ciclicamente, risorgeva dall’uovo sorto dalle sue ceneri. I popoli della Persia, dell’Egitto e della Grecia antica erano soliti scambiarsi uova di gallina (non di rado dipinte a mano) a mò di doni primaverili. Il Cristianesimo, guardando all’uovo come principio di vita della mitologia pagana, assurse la pietra rotolata via dal sepolcro di Cristo ad emblema di risurrezione: una rielaborazione che, nei secoli e tramite sostanziali variazioni, avrebbe assunto le tradizionali sembianze dell’uovo di Pasqua.

 

 



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