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“Figli” al cinema: essere genitori può essere difficile, ed è bello riderci su

Alessia Laudati
28 Gennaio 2020

3 verità semiserie sulla genitorialità nel nuovo film di Mattia Torre uscito al cinema

Prendere a picconate tutti gli altari eretti dalla nostra società e dalla nostra morale sull’essere genitori. Come ci si deve sentire (sempre bene, sempre entusiasti), come bisogna affrontare le difficoltà (quali difficoltà, essere genitori è bellissimo!) e come fronteggiare i problemi economici (facile, se c’è la famiglia c’è tutto).

“Figli” è un film di Mattia Torre, scrittore, commediografo e regista romano scomparso nel luglio del 2019 in seguito a una lunga malattia, girato in maniera postuma da Giuseppe Bonito. È un lavoro “torriano” perché nella pellicola c’è il senso beffardo di Torre nei confronti della vita e il coraggio di trasformare ogni verità assoluta in una piccola verità relativa. Poi è una commedia romantica e irriverente che ha il coraggio di parlare della genitorialità senza falsi eroismi ma con estremo realismo.

I protagonisti di “Figli” sono infatti Valerio Mastandrea e Paola Cortellesi nei panni di una coppia che aspetta il secondo figlio tra angosce, battute fulminanti e problemi. Genitori difettosi, goffi, impauriti ma di fondo, ottimisti. Ecco quindi 3 verità semiserie che emergono dalla commedia: ci si può riconoscere, se ne deve far tesoro.

Essere genitori può fare schifo e far sentire da schifo
“Figli” a suo modo fa una piccola rivoluzione. Dice che può essere penoso badare ai figli, nel senso di pena e angoscia che si può provare. Può essere difficile, quasi impossibile, far sentire inadeguati, ma valerne comunque sempre la pena. Basterebbe, questo suggerisce il film, solo trovare una terza via tra il pensiero comune che vede la genitorialità come un momento bellissimo privo di lati negativi, soprattutto per le madri, e la realtà. Dolcissima e parabolica come solo Torre sapeva scriverla e raccontarla.

È un film femminista
Del diventare genitori si parla poco come di un mestiere difficile e sconvolgente dal punto di vista emotivo e tanto invece come se si trattasse della beatificazione di un santo e non di un’esperienza imperfetta. Padri modello non si nasce e forse nemmeno si diventa. Ma soprattutto madri prive di peccati, dubbi, paure e momenti di stress, nemmeno. Il film parla anche della pressione che i neogenitori, ma soprattutto le donne, subiscono per essere celestiali anche in una fase delicata dove si ha tutto da imparare. Si può essere buone madri, anche se si è stanche e si vorrebbe dormire invece di giocare con il piccolo. Si è brave madri anche se si chiede aiuto, anche se ci si preoccupa per il pediatra troppo costoso e per il minor tempo da passare con il proprio compagno. Com’è umano lei, direbbe il personaggio di Fantozzi. E in questo film c’è tanta voglia di combattere gli stereotipi con un po’ di empatia e di coraggio.

La coppia è un organismo che cambia
Poco sonno, urla, impegni che si moltiplicano. Quando arriva un figlio gli equilibri cambiano e la coppia si modifica e muta pelle, come un Gattopardo: “tutto cambia perché nulla cambi”. A volte sfiora il punto di rottura. Forse però non si parla a sufficienza del terremoto che investe le abitudini di una coppia quando nasce un bebè. Di come possono essere divisi i compiti di cura della casa, di come non si debba dare per scontato che sia la donna a occuparsene. Di come scompare il tempo libero dedicato allo stare in due, ma una volta riacquistato perda un po’ di significato se i figli sono a casa con la babysitter. Tutto un paradosso, tutta una storia fatta per affascinare, intenerire e costruire una famiglia 2.0 finalmente reale.