Fuori cornice

Fuori cornice #01

Cristina Romanenghi
30 ottobre 2012

Esistono oggetti quotidiani che, debitamente trasformati, reinterpretati o semplicemente inseriti in altri contesti, assumono inaspettatamente l’ambito titolo di “opera d’arte”.
Pensiamo al barattolo di zuppa cui tanto deve il celebre Warhol o all’orinatoio di Duchamp, o ai molti oggetti di design che ora fanno bella mostra di sé nei musei.
Esistono luoghi non canonicamente deputati a esporre arte che diventano musei a cielo aperto. Basta guardare dal finestrino di un’auto o percorrere in treno certe periferie cittadine per rendersene conto. E senza correre subito ai nomi degli ormai famosi street artists contemporanei, considerando che siano fenomeno solo dei nostri giorni, come Banksy o Fairey, pensiamo ai murales degli anni ’20 di artisti come Siqueiros e Rivera, che abbandonarono l’atelier per raccontare la lotta del popolo messicano sui muri delle strade.
Esiste un’arte che prima di essere considerata tale nasce da un’invenzione, dall’esigenza di comunicare qualcosa, dalla gestazione di un’idea. Cosa altro voleva essere in principio la fotografia se non la “memoria dello sguardo”?
Esiste un’arte al di là dell’arte. E’ quella che germoglia fuori dai confini del sistema ufficiale fatto di musei, galleristi, critici e artisti con la a maiuscola. E’ quella che non entrerà mai in una cornice, perché fuori misura o banalmente perché non destinata a una circoscrivibile porzione di spazio sul muro (un esempio? Le grandi installazioni contemporanee).
Questa rubrica si propone di esplorare questi e altri luoghi, di osservare il mondo dell’arte anche nelle sue “zone d’ombra”, quelle di cui si parla o si scrive poco, per non dire niente.

Il consiglio: leggete “Fuori cornice. L’arte oltre l’arte” di Alessandro Dal Lago e Serena Giordano (Einaudi, Torino, 2008), cui questo appuntamento deve il suo titolo.