Fuori cornice

Fuori cornice #09: Jeff Wall ovvero l’arte del “non fotografare”

Cristina Romanenghi
26 marzo 2013


Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano ospita “Actuality”, la prima grande retrospettiva italiana dedicata al fotografo canadese Jeff Wall.
Pioniere della fotografia concettuale e post-concettuale della Scuola di Vancouver, Wall si impone nella storia della fotografia con le sue opere di eccezionale formato, con i “lightbox” mutuati dal linguaggio pubblicitario americano, e con l’uso, prima di moltissimi altri, della tecnologia digitale. Le sue opere, sin dall’esordio alla fine degli anni settanta, hanno suscitato l’attenzione di critici come Susan Sontag e sono state fonte di ispirazione per alcuni grandi fotografi contemporanei, quali Andreas Gursky e Thomas Ruff.
Wall ha esposto in numerose mostre internazionali, tra cui Documenta a Kassel e la Biennale di Venezia, incluse le grandi personali al Moma di New York, al San Francisco Museum of Art, alla Tate Modern di Londra e all’Art Institute di Chicago.

L’esposizione, a cura di Francesco Bonami, presenta 42 lavori scelti dall’artista stesso in un arco di tempo che copre gli ultimi trenta anni di attività.
La grandezza e la novità della riflessione di Wall consiste nell’aver pensato alla fotografia come un pittore pensa al quadro, immaginandone quindi soggetto, contenuto, struttura compositiva, resa della tensione psicologica e persino del colore. Se Wall fosse un pittore ottocentesco – e a giudicare dalle sue fonti di ispirazione potrebbe esserlo – non sarebbe certamente un artista en plein air, ma piuttosto un pittore da studio.
Jeff è il primo a comprendere e a teorizzare il fatto che la fotografia può avere un futuro nella storia dell’arte e dell’estetica solo se si metterà a confronto con la pittura.

“Mimic”, del 1982, è forse l’opera in mostra che sintetizza maggiormente il lavoro di Jeff Wall. Questo lightbox parte dalla riflessione sulla pittura – e più precisamente da un dipinto di Gustave Caillebotte del 1877 “Rainy day” –, passa quindi attraverso il cinema, mettendo in atto una mise en scene vera e propria, sino all’attualità del gesto che, fissato nell’istante fotografico dello scatto, diventa universale. Wall ottiene una scena piena di tensione, di violenza razziale, esternata attraverso un gesto di disprezzo. Mimic sembra un fermo immagine, uno scatto rubato, anziché una precisa costruzione narrativa cinematografica. Attraverso il lightbox, l’opera viene proposta allo spettatore in modo ‘filmico’, proiettando l’immagine verso chi osserva.

Jeff non volendo essere connotato come un artista che produce solo lightbox, comincia anche a stampare le sue opere su carta. Queste stampe fotografiche, che non usano il supporto luminoso, assorbono l’immagine e costringono lo spettatore a ‘superare la soglia’, entrando nell’opera attraverso lo sguardo. Molto spesso offrono implicazioni di lettura più misteriose e complesse, come nel caso di “After ‘Spring Snow’, by Yukio Mishima, chapter 34” del 2000-2005.

I lavori del fotografo canadese esplorano campi diversi che vanno dai temi sociali a quelli politici, dalla violenza urbana al razzismo, dalle tensioni sociali alla povertà, ma possono essere anche anonimi, dettagli di realtà apparentemente insignificanti, finestre sbarrate, angoli di strada, muri scrostati o particolari di un lavandino, un campionario di immagini che sembra un chiaro richiamo alle influenze della pittura costruttivista.

Il consiglio: questa volta non è il mio! Seguiamo quello di Wall che non chiede di capire prima di guardare, ma il contrario: “Guardare per comprendere. Guardare meglio. Guardare più a lungo. Guardare di nuovo…Resistere alla tentazione di affidare a qualcosa di diverso dalla propria memoria il compito di guardare e ricordare”.

Jeff Wall – Actuality
PAC Padiglione d’Arte Contemporanea
Via Palestro 14, Milano
19 marzo – 9 giugno 2013
lun. 14.30 – 19.30
mart./dom. 9.30 – 19.30
giov. chiude alle 22.30