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Gli studios via dall’ultraconservatorismo: davvero etici o solo opportunisti?

Alessia Laudati
11 Giugno 2019

Certamente paladini dei diritti femminili ma non sempre per i motivi che crediamo noi. L’industria cinematografica è comunque in grado di colpire l’opinione pubblica con il peso del suo indotto per le più svariate esigenze interne

Fuga dalla Georgia. Visto che parliamo di cinema sembra un potenziale titolo per un action thriller ma è quello che sta succedendo agli studios – l’espressione sta per major film studios – dopo che alcuni Stati americani stanno approvando in senso restrittivo la riforma della legge sull’aborto. Così Disney e Netflix per primi e in maniera decisa, prendono posizione. O la legge sarà modificata in Georgia e la loro presenza (che dà lavoro a molte persone) sarà quindi garantita, oppure bisognerà rivedere il loro impegno.

We care” dicono i responsabili dell’industria cinematografica e televisiva riprendendo un motto caro ai dem dello “Yes we can”. Perché se la legge non farà marcia indietro, dicono, le nostre donne, nostre solo perché dipendenti degli studios, non potranno accettare di lavorare su un territorio dove i loro diritti di scelta sulla maternità non saranno rispettati. Facendo un passo indietro, se non ci saranno grandi colpi di scena, infatti, il prossimo 1 gennaio del 2020 entrerà in vigore una nuova normativa sul tema dell’interruzione di gravidanza. La heartbeat law prevede di mettere fuori legge l’aborto all’interno delle sei settimane, ossia quando è possibile avvertire il cuore del feto battere, e non consentire quindi la pratica medica nella finestra delle 12 settimane, estendibile fino alle 22 settimane, come prevede invece la normativa attuale. Le donne quindi avranno solo un mese e mezzo per accorgersi di essere incinte e praticare l’interruzione di gravidanza in maniera legale: un tempo a dir poco ristretto. Gli Stati che hanno già firmato la legge sono Missouri e Ohio; e il provvedimento potrebbe essere già effettivo a partire dai prossimi mesi. A firmare la legge in Georgia, nemmeno a dirlo, un Governatore uomo: Brian Kemp. Repubblicano di ferro che però, fino ad ora, non aveva fatto i conti con il peso dell’industria cinematografica locale e internazionale che conta circa 92.000 lavoratori. La Georgia ha infatti attirato numerose produzioni negli ultimi anni grazie a investimenti, agevolazioni e ampi sconti fiscali. Tra i tanti big player ci sono la AMC di The Walking Dead, ma anche colossi come Viacom, CBS, Sony, Universal e WarnerMedia; che per ora rimangono in attesa di capire gli sviluppi.

E l’altro lato della medaglia? Le mosse degli studios, che sembrano importanti porta bandiere di diritti femminili, potrebbero anche nascondere il desiderio di provare a farsi offrire condizioni economiche e fiscali più favorevoli in altri Stati e riuscirci cavalcando l’onda di una grande indignazione nazionale.

Eppure l’idea degli studios politicizzati che in virtù di una coerenza ideologica tradiscono il mercato oppure gli voltano le spalle, non è poi un’ipotesi così stramba. Per esempio il CEO di Netflix Reed Hastings sa bene come rendere felici i propri dipendenti: ossia votando a sinistra. Secondo una ricerca di CNBC, i dipendenti Netflix sarebbero molto più vicini, anche finanziariamente per livello di donazioni, ai democratici che ai repubblicani. Il rapporto è di 141-to-1. Lo stesso Hastings avrebbe finanziato in passato diverse campagne di senatori e politici democratici. Quindi quella di protestare contro politiche ultraconservatrici è una questione non solo di brand che mirano all’esterno per qualificarsi come vicini alle donne pro-choice, ma anche una volontà di voler mantenere una connessione con una determinata comunità politica.

Del resto, ora che la comunicazione è così facile, virale e veloce, la reputazione è un tesoro prezioso per i marchi. Deludere i propri consumatori per un motivo o per un altro significa perdere appeal nei loro confronti. Un esempio lampante? Dopo che la cantautrice afroamericana SZA aveva denunciato di essere stata trattata in maniera razzista e discriminatoria in uno store Sephora a Calabasas in California, solo perché nera e quindi guardata con sospetto, mercoledì scorso la catena ha deciso di chiudere tutti i suoi punti vendita in America per permettere corsi di formazione anti-pregiudizi. Senza contare i numerosi casi di accuse di razzismo nei confronti delle grandi Maison del lusso, come Prada e Gucci.

Di certo non sapremo mai se i brand adottino politiche etiche solo per opportunismo e per pura convenienza, ma di una cosa possiamo stare certi: ai consumatori importa che i marchi che comprano rispettino i loro diritti e la loro dignità. E questa è forse la moneta più forte di cui dispongono oggi.



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