Interviste

Guido Damiani: “La ricetta anticrisi è il retail”

Enrica Governi
28 Maggio 2013

E’ uno dei pochi marchi internazionali ad essere ancora gestito dai discendenti diretti del fondatore, i fratelli Guido, Giorgio e Silvia Grassi Damiani, che rappresentano la terza generazione.
Damiani, brand italiano,
quotato in borsa dal 2007, e unica azienda di famiglia nel mondo ad aver ricevuto ben 18 Diamonds International Award, l’Oscar internazionale della gioielleria, produce creazioni di alta gamma, autentico esempio d’eccellenza del Made in Italy, realizzati esclusivamente nell’azienda orafa di Valenza.
Guido Damiani
, Presidente e A.D., classe 1968, ha rilasciato un’intervista esclusiva a Luuk Magazine.

Da qualche anno la crisi economica mondiale e congiuntamente la crisi dei consumi ha colpito le aziende di tutto il mondo, e le imprese del lusso non ne sono state esenti. Come va il Gruppo?
“Abbiamo dei segnali contrastanti. L’Italia fa molto fatica, c’è in atto da troppo tempo una grande crisi economica, e ci sono molte difficoltà con il wholesale che non vende più come prima, ed è per questo motivo che stiamo incrementando il retail. Qui riscontriamo una crescita a doppia cifra, che ci fa capire che il prodotto e le collezioni sono molto apprezzati. E’ chiaro che, nelle nostre boutique monomarca, per fortuna intercettiamo anche un flusso turistico che magari nel piccolo negozio di provincia non arriva: di conseguenza il piccolo negoziante locale è in ginocchio, ha difficoltà enorme a vendere, le banche non gli danno finanziamenti, è in una situazione difficile.
Riepilogando, l’estero ci dà buone speranze, i segnali sono migliori, pur con le competitione con i grandi gruppi, anche se noi siamo un’azienda italiana ancora piccola, e con una crescita più lenta a causa dei grossi investimenti necessari.
Il mercato italiano va male nel wholesale, e molto bene nel retail, il che, di questi tempi, è già un dato eccezionale.
Per il futuro siamo ottimisti, pensiamo che continueremo a far bene nel mercato italiano grazie al retail, e di pari passo, speriamo di continuare a dare una mano ai nostri concessionari nel wholesale, per arginare, almeno in parte, i danni causati da questa enorme crisi economica”.

Riguardo al recente Salone del mobile, gli analisti economici hanno scritto che nel complesso gli affari sono andati bene, ma mentre le aziende orientate all’export fanno vendite e profitti record, si moltiplicano le chiusure di chi si limita al mercato italiano. Sta accadendo lo stesso anche nel vostro settore?
“Il nostro settore, a differenza di altri, è ancora molto frammentato; ci sono pochissimi gruppi medio grandi che l’estero già lo stavano facevano e continuano a farlo,  pochissimi produttori che masticavano già un po’ di estero, ma stanno perdendosi il mercato italiano e rischiano di fallire, e un po’ di aziende nel mezzo che stanno passando di proprietà, per esempio Buccellati, che di recente è stato comprato da Clessidra.
Insomma, nel nostro settore non ci sono tante imprese italiane già molto forti all’estero. Ormai, anche Bulgari, è diventata francese, e prima di passare ad altra proprietà faceva 85% all’estero e 15% in Italia. Tutti stanno facendo molta fatica ad andare avanti, e assistiamo purtroppo alla chiusura di molte piccole realtà.

Com’è andata a Baselworld?
“Molto bene, abbiamo avuto dei buoni feedback, e ci sono stati numerosi ordini, e anche lusinghieri apprezzamenti riguardo alle collezioni. Siamo soddisfatti, e sebbene la fiera non abbia un peso enorme sui nostri fatturati, resta di fatto un segnale positivo”.

E’ notizia recente -fine aprile- che la maggioranza di Pomellato, marchio della gioielleria fondato da Pino Rabolini, è passato al gruppo del lusso francese Kering (nuovo nome assunto dalla Ppr della famiglia Pinault). L’intesa non riguarda, almeno per il momento, il 18% posseduto in Pomellato dalla vostra famiglia.
E’ il secondo gruppo della gioielleria italiana che passa in mani francesi, dopo Bulgari rilevato dall’altro colosso del lusso parigino Lvmh.
Ci sono delle novità anche nel vostro gruppo, uno dei pochi ancora alla famiglia fondatrice?

“No, noi l’azienda ce la vogliamo tenere, siamo molto soddisfatti e orgogliosi del nostro lavoro, ci divertiamo a fare gioielli, e auspichiamo che resti nelle mani della famiglia per tante generazioni. Pensiamo inoltre, che questa visione di lungo periodo riguardo al futuro della nostra azienda,  il non rincorrere solo la vendita del momento, certi valori “fondanti” di famiglia che ci appartengono, e la passione per questo bellissimo mestiere, siano elementi importantissimi anche per il prodotto. E’ fondamentale, per il consumatore che approccia il nostro brand, avere una garanzia in più, rispetto per esempio a grandi realtà finanziarie che fanno sicuramente molto bene, ma che sono orientate più ad un’ottica meramente economica”.

Nell’ultimo decennio si sono affermati nel mercato globale, soprattutto, ma non solo, nei Paesi del Brics, decine di milioni di nuovi potenziali clienti per i beni di lusso.
Inoltre, sono state riviste al rialzo le stime per la crescita del Pil mondiale per il 2013, pare dal 3% al 4,5%. il che significa che ad essere in crisi sono essenzialmente l’Europa del Sud e la Francia.
Queste considerazione spingono molte aziende del lusso a concentrarsi sulle esportazioni, trascurando il mercato domestico. E’ d’accordo con questa visione? Quali iniziative state perseguendo per conquistare i consumatori di questi nuovi mercati?
“Si fa di necessità virtù, non ci sono consumi in Italia, e giocoforza le imprese guardano altrove, il problema è che non tutti possono permettersi di aprire le realtà all’estero, ci vogliono importanti risorse economiche.
Noi vorremmo aprire più di una decina di monomarca in Cina, ne abbiamo già un paio a Hong Kong, uno a Shangai dove ne inaugureremo a breve un altro, poi seguiranno a ruota Macao, a Shin Yang, e altri tre o quattro in altre location.
In Russia, e in tutte le ex repubbliche sovietiche stiamo andiamo molto bene,  e siamo in crescita: abbiamo appena aperto la 65esima boutique Damiani in Stoleshnikov Pereulok, al civico 11/1, la via principale del lusso a Mosca, e ora stiamo guardando a San Pietroburgo e a Ekaterinburg.
Siamo già presenti in diverse zone dell’Ex Urss, con il gioielliere locale a Rostof, inoltre possediamo boutique a Kiev e Odessa in Ucraina, ad Almaty dove ne inaugureremo un’altra, ad Astana in Kazakistan, e in Kirghizistan. I nostri gioielli, comunque, sono distribuiti in tutta l’area” ha aggiunto Damiani soddisfatto.
“In Russia stiamo facendo ottimi profitti, e in Cina ci stiamo espandendo. Abbiamo anche punti vendita a New Delhi, in India, ma qui ci saranno tempi lunghi, loro hanno un approccio del lusso molto diverso dal nostro. Il Brasile per ora ha dazi di importazione troppo elevati, circa il 70/80%. Il Sudafrica rappresenta ancora un mercato molto prematuro”.

A ottenere grandi risultati nell’export, sono i grandi brand del Made in Italy, nella moda come nel mobile. Del resto l’unico marchio automobilistico italiano ad avere successo è la Ferrari. Se ne può dedurre che all’estero apprezzano dell’Italia soprattutto il lusso, l’eleganza, insomma il saper vivere bene. Il clima di austerità, che molti media e molti politici auspicano per il nostro Paese, non è contraddittorio con tutto ciò? In altre parole, la spinta verso uno stile di vita più modesto e sobrio non rischia di togliere al Made in Italy la sua principale attrattiva?
“Il clima di rigore sta affossando il paese, e speriamo che ci si renda conto che i consumi devono ripartire e dobbiamo tornare a crescere.
Non bisogna demonizzare il lusso, è una voce importante del mercato italiano e l’eccellenza del Made in Italy costituisce una parte sana e onesta del Paese Italia che lavora, di cui dobbiamo essere solo orgogliosi”.

Negli anni Ottanta, avete acquisito il marchio Salvini, poi Alfieri St John, brand nato nel 1977, mentre nel 2000, viene creato e lanciato il marchio Bliss.
Nel 2006, comprate Calderoni, storico marchio milanese di alta gioielleria fondato nel 1840.
Nel settembre 2008, il gruppo acquisisce il pieno controllo della catena di gioielleria e orologeria di alta gamma, Rocca, leader in Italia che nasce nel 1794 e che è stato fornitore ufficiale della Real Casa.
Siete soddisfatti di queste acquisizioni?

“Rocca era in perdita poi abbiamo fatto il turnaround e adesso guadagna, ha un fatturato in crescita.
E’ una grande realtà italiana, sono 12 negozi in tutt’Italia, oltre a Milano è presente anche a Torino, Mantova, Padova, Venezia, Pescara, Bari, Lecce, Roma, Catania, Lugano, Taormina, e vende tutti i top brand della gioielleria.
A parte Damiani, il nostro principale brand, gli altri sono griffe di nicchia, che servono più che altro per completare le necessità del wholesale, non sono mai stati fondamentali per noi.
Speriamo che cessi questa atmosfera di “caccia alle streghe” che si è creato in questi ultimi tempi, che ci penalizza ingiustamente, e si ristabilisca un clima favorevole agli acquisti. Comunque, anche nell’anno chiuso, abbiamo registrato un segno più, e di questi tempi, con il mercato italiano che crolla, è già un buon risultato. Per il momento ci possiamo ritenere già soddisfatti.

Oltre a quelle già siglate con Ferrè e Jil Sander, producete e distribuite gioielli in licenza tra cui Ferrari, Maserati, Ducati e John Galliano. Apprendo da “Il sole 24 ore” di metà febbraio che avete in previsione contratti di licenza con  altre aziende del lusso… è vero?
“Siamo uno dei pochissimi marchi che nasce come produttori di gioielleria, abbiamo più che altro contratti di fornitura ad altri brand. Non abbiamo intenzione di firmare altri accordi di licenza”.

Leggo che la vostra azienda di famiglia è l’unica al mondo ad aver ricevuto oltre ai 18 Diamonds International Award, l’Oscar internazionale della gioielleria, oltre ai 4 vinti da Calderoni nel 1960, 1977, 1978 e 1996. E poi molti altri premi tra cui, due Tahitian Pearl Trophy, un Haute Couture Design Award, un Vogue Joyas, sei riconoscimenti nel campo dell’imprenditoria e altri 7 , di cui l’ultimo a Basilea, quest’anno, l’“Andrea Palladio Jewellery Award” nella comunicazione.
Dobbiamo pensare che non solo sono stati premiati i gioielli di pregiata manifattura lavorati a mano, ma anche la passione e la tradizione legate all’arte orafa, valori fondamentali della vostra impresa?

“Certo, sono valori fondamentali di famiglia, molto importanti che vorremmo trasmettere ai nostri figli e nipoti, alle future generazioni”.

L’OCSE dice no al taglio delle tasse in Italia, e sostiene che l’IMU non è una priorità, ma che è fondamentale per la ripresa in Italia detassare il lavoro.
Il presidente della commissione europea, Barroso, circa un mese fa ha detto di essere fiducioso, per l’Italia, incitandoci a procedere con le nuove riforme strutturali, nonostante il nostro debito pubblico sia uno dei più alti al mondo. Lei è fiducioso? Vede segnali di ripresa nell’economia?
“Si, siamo fiduciosi anche se il paese, in questi ultimi anni, ha subito un declino accelerato e molto forte, ha bisogno di riforme serie, di crescita, di liberalizzazioni, di riduzione delle tasse, di riforme strutturali, siamo ormai sull’orlo di un baratro. E’ indispensabile fare presto, detassare il lavoro che è troppo ingessato, e renderlo più libero e flessibile, perché gli imprenditori non ce la fanno più. E’ già un’ottima cosa avere sospeso la rata dell’IMU, le tasse sulla prima casa sono davvero inique.
Le aziende italiane, hanno perso competitività rispetto ad altre economie, se non cambiano queste cose il declino è assicurato”.

Dai vostri report appare che siete molto impegnati in iniziative di vario genere riconducibili alla csr (corporate social responsibility). Cosa vi spinge ad impegnarvi tanto nella responsabilità sociale?
“Siamo stati cresciuti con questi valori, e li portiamo avanti anche nel sociale, fa parte del nostro DNA, ma vorremmo fare molto di più, enormemente di più di quanto stiamo già facendo”.

Intervista a cura di Enrica Governi