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Haiti, la perla delle Antille

Carla Diamanti
9 agosto 2018

Quando scendi la scaletta dell’aereo, l’aria calda ti avvolge e ti mozza il respiro. Succede soprattutto d’estate, quando le temperature salgono insieme all’umidità. Percorri a piedi i pochi metri che ti separano dall’aerostazione e già entri nel mood. L’orchestrina che ti accoglie all’ingresso è il primo impatto con questo luogo, impregnato di musica, di colori e di cultura.

Benvenuti ad Haiti, recita il cartellone pubblicitario. Oltre l’accoglienza da cartolina, il nastro dei bagagli è l’anteprima di quello che ti aspetterà quando oltrepasserai le porte vetrate e ti ritroverai nel pieno dell’isola. Se immagini di vedere la tua valigia scorrere su un nastro vuol dire che sei arrivato con il piede sbagliato. Qui le valigie scorrono, sì, ma per un attimo. Poi vengono tutte scaricate al centro della sala, formando un cumulo multicolore e di varie dimensioni. Devi farti largo fra la folla e fra i bagagli per riuscire a recuperare il tuo, cercando di tenere a bada le mani che ti offrono aiuto in cambio di una mancia. Ti seguiranno fino all’uscita e oltre, se non hai nessuno che viene a prenderti e che li informi che stanno perdendo tempo.

L’arrivo è sconcertante, e lo sono anche le prime immagini che vedi scorrere fuori del finestrino. È un paese povero e non può fare a meno di mostrarlo in ogni angolo. Povero di soldi, di mezzi, di strutture. Povero di alternative e di fiducia. Povero di aspettative, soprattutto. Perché chi vive ai margini non sa neppure cosa siano. Chi invece si trova al vertice è disilluso e guarda oltre il mare.

Il mare invece è ricco. Come le montagne, che pure stanno diventando sempre più povere di alberi a causa della cattiva gestione e della totale incompetenza. Ricco come la pittura, la musica e la creatività di questo popolo che si porta sulla pelle, negli occhi, nella fantasia e nella lingua le tracce di tutti coloro che hanno contribuito a forgiarlo. Radici che affondano nel Caribe, in Occidente ma soprattutto nell’Africa nera, quella da cui arrivarono gli schiavi che generarono una lingua, il creolo, e una religione, il Vodou. Divinità trascinate oltre l’oceano, arrivate sul fondo di navi negriere, sopravvissute alla tortura, truccate con il Cristianesimo, nascoste fra le fronde degli alberi e nell’oscurità della notte. Divinità che hanno aiutato a sopportare e a sopravvivere e che oggi ancora scandiscono la vita di tutti. Di tutti. Perché attraversano gli strati sociali, salgono e scendono nella piramide, non guardano al portafoglio, sanno dare una risposta a tutti, tengono chiunque con gli occhi sbarrati nelle notti di cerimonia, quando i tamburi battono senza sosta e gli spiriti si muovono dovunque. Divinità che diventano musica, che vivono in oggetti a cui cambiano i connotati con paillettes e brandelli di tessuto. Che entrano nel corpo di uomini e donne trasformandoli in serpenti, in animali, che si infiammano con l’alcol e che riscattano dolore e fatica.

Nelle gallerie d’arte di Pétionville, il sobborgo collinare della capitale, gli occhi non riescono a staccarsi dalle pareti. Qui le divinità diventano colore, pennelli, tele. Prodigi dell’arte della pittura, capolavori ineguagliabili. Fanno dimenticare i cumuli delle valigie, il caldo infernale, la polvere e la povertà. No, forse no. La povertà non si può dimenticare, le divinità lo sanno bene.

 

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