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Homecoming: ecco perché guardare il nuovo docu-film di Beyoncé

Beatrice Trinci
1 Maggio 2019

Approdato lo scorso 17 aprile su Netflix, “Homecoming” è il docu-film tutto dedicato a Beyoncé. Un viaggio intimo e personale che trasporta lo spettatore sul palco della leggendaria esibizione della star al Coachella 2018, svelandone anche suggestivi retroscena che regalano un approfondito ritratto come artista, donna e mamma. Un evento musicale, inoltre, che rende omaggio alla cultura afroamericana e alla bellezza della musica come esperienza condivisa.

Insomma, “Homecoming” si presenta come un’occasione imperdibile per scoprire il talento e l’umanità della famosa cantante, dal backstage fino al palco, senza tralasciare sfide, difficoltà e ostacoli. Continuate e leggere per scoprire tutti i motivi per guardare il nuovo docu-film di Beyoncé.

Un racconto personale
Nel gennaio 2017 Beyoncé fu annunciata come headliner del Coachella, ma la performance fu subito spostata quando la cantante svelò di essere in dolce attesa dei gemelli Rumi e Sir. Quello che poi risultò essere un mastodontico show fu quindi rimandato al 2018 e “Homecoming” testimonia proprio lo sforzo che Queen B, coinvolta nello spettacolo non solo come performer ma anche come regista e direttrice artistica, ha dovuto fare sia per tornare in forma perfetta, sia per bilanciare vita privata e impegni professionali. È proprio durante questo difficile e intenso periodo che il documentario punta i riflettori sull’importanza della famiglia: dal marito Jay Z alla primogenita Blue Ivy, dalle ex colleghe delle Destiny’s Child fino alla sorella Solange Knowles, infatti, sono numerose le scene che vedono la star condividere gioie e dolori con le persone a lei più care.

Coachella? No, Beychella
Beychella è il termine che indica non solo le due esibizioni che hanno infuocato i weekend del famoso festival, ma il movimento culturale che si è creato intorno ad esse: il suo spettacolo, infatti, è stato un vero e proprio evento mondiale che ha portato con sé numerosi significati, nella moda, nella musica e nella società. “Homecoming” racconta così il percorso emotivo e creativo dell’artista dietro a questo show letteralmente faraonico. Non solo Balmainha realizzato in esclusiva per Beyoncé e la sua troupe i costumi di scena, ma il concerto ha preso forma su un gigantesco palco a piramide, su cui sono saliti quasi 200 artisti fra coristi, ballerini, percussionisti e un’intera banda musicale. Nel docu-film la stessa cantante racconta di come abbia personalmente selezionato i suoi collaboratori, badando a dare un’immagine rappresentativa e inclusiva del background culturale di ognuno, con l’idea di creare una comunità artistica che potesse ispirare le persone di colore– e non solo.

Il tributo alla comunità afroamericana
Lo show è stato un omaggio a un’importante parte della cultura afroamericana. Doveva essere fedele per chi già conosceva la storia, ma al tempo stesso divertente e illuminante per le persone che invece avevano ancora bisogno di conoscerla”, ha dichiarato la cantante, che in due ore di esibizione ha condensato innumerevoli riferimenti alla cultura black, sia a livello visivo che a livello musicale. In particolare, lo show ha tratto forte ispirazione dalle HBCU (Historically Black Colleges and Universities), ovvero le università americane fondate prima dell’abolizione della segregazione razziale nel 1964 (e frequentate anche dal padre Matthew Knowles). Il documentario rende protagonisti il tema delle band collegiali, i loghi e l’abbigliamento tipico delle scuole afroamericane, gli inni ufficiali e tanto altro ancora. Chiari riferimenti e richiami spesso intervallati nel corso del film da interviste e parole di attivisti, studiosi, artisti e scrittori dalla pelle scura, da Toni Morrison ad Alice Walker, da W.E.B. Du Bois a Nina Simone, e ancora Maya Angelou, Audre Lorde e l’immancabile Chimamanda Ngozi Adichie. E alla madre che sembra abbia tentato di dissuaderla dal proporre uno show troppo “black” a una platea prevalentemente bianca, Beyoncé ha risposto: “Ho la responsabilità di fare ciò che è meglio per il mondo, non ciò che è più popolare”.

Una lezione di self-love e di empowerment femminile
In “Homecoming” Beyoncé parla anche del suo delicato viaggio post-partum, iniziato subito dopo aver dato alla luce Rumi e Sir. Una dieta estrema che ha dovuto seguire per rimettersi in forma in vista del Coachella dello scorso anno. “Per riuscire a raggiungere l’obiettivo, non mangio pane, carboidrati, zucchero, latte, carne, pesce e alcol – dice la voce fuori campo di Queen B – E ho fame”. Un periodo difficile per la cantante, che oltre a essere temporaneamente diventata vegana per necessità, dopo il parto è rimasta a letto per un mese per un taglio cesareo d’emergenza eseguito per preeclampsia, una sindrome che ha causato l’arresto cardiaco di uno dei suoi due bimbi. “La mia mente non era lì. La mia mente voleva essere con i miei figli. Quello che la gente non vede è il sacrificio”, ha continuato, lanciando un importante messaggio di accettazione e di coesione femminile: “Bisogna prendersi cura di se stesse e amarsi. Non mi spingerò mai più così oltre. Le mie braccia, il seno, le cosce sono ancora più piene, ma non ho fretta di liberarmene. Penso significhi essere reali”.

I riflettori su un’irrefrenabile carriera
Ultimo ma non per importanza, il docu-film celebra anche la strabiliante carriera della star internazionale, ponendo la musica al centro. Così con la setlist di 26 brani che ripercorrono tutte le sue hit più grandi, da “Crazy in Love” a “Déjà Vu”, da “Run The World (Girls)” a “Formation”, oltre alle canzoni in cui Beyoncé ribadisce la sua indipendenza in quanto donna e artista, si aggiunge un album di inediti che porta lo stesso nome del progetto.

Insomma uno spettacolo rimasto nella storia del Festival e non solo, assolutamente da non perdere.



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