Leggere insieme

Il bambino tutto solo

Marina Petruzio
8 Giugno 2019

Senza troppo rumore, come chi vive solo, Vànvere edizioni riporta ai lettori “Il bambino tutto solodi Roland Topor apparso in Italia nel lontano 1969 per cura dell’indimenticabile Milano libri.

Come un taccuino, il libro ha mantenuto le ridotte dimensioni originali. In ogni pagina una piccola figurina tratteggiata a penna, come uno schizzo su un tovagliolo, a volte quadrata a volte rettangolare, campeggia al centro.

Tre i colori: quelli delle penne di Topor che come uno scolaro annoiato tratteggia in uno scuro, in blu, in rosso. Con quel modo antico di gravare il foglio, di darne il chiaro e lo scuro passando e ripassando con la penna: verticale poi orizzontale e poi diagonale, prima da una parte e poi dall’altra, creando un disegno che si infittisce in base ai passaggi di penna: ora nuvole leggere, ora cielo sereno, cupo il fitto del bosco o a delineare quel bambino rosso in viso come tanti altri. O quasi. Perché lui è solo, tutto solo a vivere là, nel cavo di un albero, in mezzo alla foresta. In quella fissità di immagine, di impostazione della pagina, con quel punto prospettico sempre uguale, tutto appare immobile e quasi immodificabile. Nulla sembra possa cambiare. Ma è Roland Topor il narratore per testo e immagini, tutto può accadere in quella realtà così scomoda, così difficile, orribile come la definiva lui, se senza gioco, senza quel pizzico di surreale che interviene a cambiare passo, quel qualcosa di quasi impossibile, di astratto che torna a far battere il cuore, a trovare qualcosa di umano, qualcosa in cui riconoscersi almeno un po’. Così nei libri per bambini ciò che è più inquieto da vivere diventa poesia. Così un bambino, che pensa di essere così solo da non avere neppure un nome perché, tanto, in quella solitudine nessuno lo chiamerebbe, che camminando distrattamente per quel bosco dove a lui pare vivere, ascoltando il richiamo di una penna perduta da un uccello la raccoglie e la sua solitudine scompare di fronte a quell’indiano la cui immagine è stata richiamata dalla penna e dal gesto spontaneo di infilarsela nei capelli. In due certo la vita cambia. La solitudine sparisce e la fantasia accelera: banalmente c’è bisogno di un linguaggio comune per comprendersi – e magari per non farsi comprendere – e finalmente un nome per chiamarsi. È necessario fare ordine per condividere uno spazio considerato proprio e sino ad allora occupato in tutti gli angoli dalla propria solitudine, reale o fittizia. È necessario condividere e diventare i migliori amici del mondo aiuta.

Potrebbe finire qui quella storia di reale tristezza e crudeltà che vede un bambino sentirsi solo, così solo da pensare di vivere in un bosco. Trovato l’amico tesoro, pronunciato il proprio nome, riconosciuto come bambino persona, ecco che il sogno si avvera e dopo quel C’era una volta iniziale sul volta pagina ci si aspetterebbe una frase di lieto fine. Ma è pur sempre Topor il narratore per immagini e parole e la sua realtà anche nell’infanzia è cruda e vera. Senza un’effettiva divisione per capitoli, la favola scorre come si è detto con testo e illustrazioni sulla bianca lasciando la volta intonsa, sfrutta l’evento che cambia il ritmo, che perturba la realtà, e con un font che si ingrandisce ogni volta sul cambiamento sembra di proprio di poter girar pagina su un altro capitolo. Il terzo incomodo romperà quell’equilibrio così felicemente salutato. Dopo l’indiano – ormai ombra di un immaginario fanciullo lontano – una principessa – di incredibile attualità – dividerà i due MiroRomi intenti ormai in una gara di pavoneggiamenti che li vede antagonisti e rivali sino alla zuffa finale: chi sposerà la principessa ma ancora meglio chi la riaccompagnerà dal padre, lei rintanata sull’albero immalinconita perché lontana da casa e dalle sue bambole?

Il finale come sempre non è svelabile, ma un altro pezzo di cruda realtà si srotolerà nei giorni del bambino tutto solo sino alla sua età maggiore: crescere d’altronde comporta le sue difficoltà, che si dice finiscano tutte nel grande cesto dell’esperienza. Ma è sempre la grande capacità di gioco dell’autore che deve rimanere viva nel lettore, non c’è due senza tre d’altro canto e l’indizio è certamente nella frase di apertura…

Poichè tutto è possibile nell’immaginario infinito e surreale dell’infanzia, Topor agisce binario: da una parte la solitudine e dall’atra l’inventiva. Da una parte il mondo adulto, la quotidianità e dall’altra la grande capacità creativa e immaginifica dei bambini. È qui che risiede l’atto poetico. È qui che il bambino si riconoscerà solo, indiano, amico, antagonista, innamorato, amato, grande e non più tutto solo nel compiersi di un ciclo noto a tutti sin dall’infanzia. Un libro che è un piccolo tesoro per chiunque lo incontri.

 

Il bambino tutto solo
di Roland Topor
Vanvere edizioni
euro 14
età di lettura: 8 anni



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