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Il borgo delle donne

Carla Diamanti
26 Dicembre 2019

La stradina tortuosa scende fino al fondo di una valle. Si raddrizza per un attimo, giusto il tempo di oltrepassare un ponticello, poi torna a serpeggiare, mentre riprende a salire e si inerpica fino a un bosco di querce. Oltre le foglie, continua fino alle pietre di un vecchio borgo, dove si ferma, costringendomi a scendere dall’auto.

A piedi, entro nel borgo che sembra abbandonato, cammino fra vicoli aggrovigliati, sotto archi di pietra un po’ spettrali, davanti a edifici con i portoni incorniciati da bassorilievi di ardesia e strani simboli che portano i segni del tempo. Sono arrivata quassù per respirare l’atmosfera del luogo in cui quattro secoli fa si tenne un celebre processo di stregoneria che durò tre anni, attirando sulle povere malcapitate vittime della superstizione locale tutta la disperazione dovuta a una lunga carestia. E di conseguenza alla necessità di trovare una causa per giustificare il flagello che colpiva il territorio. Sono venuta quaggiù per capire se è vero che le pietre sembrano prendere vita, che il bosco di querce sembra risuonare ancora dei misteriosi raduni notturni.

Sono a Triora, “il paese delle streghe”. Un grappolo di case di pietra alle spalle del mare nella Liguria di Ponente. Terra di castagne, lumache e olio. Terra di pane fragrante e delizioso. Terra di leggende, di racconti ma anche di storia. La immagino fra le inferriate alle finestre delle case di vicolo Pizzetto, dove le donne accusate di stregoneria venivano rinchiuse e torturate. La ripercorro nei resoconti e nei documenti del museo della Stregoneria.

La immagino fra gli steli e le foglie delle erbe miracolose che crescono negli splendidi dintorni del paese. La ammiro nella forza con cui il passato diventa spunto per escursioni, visite e passeggiate. Fino al monte delle Forche, per esempio, dove si credeva che dal seme degli impiccati nascesse la mandragora.

Risalgo in macchina e riprendo la stradina tortuosa. Fuori del villaggio, attraverso il bosco, poi scendo fino al ponticello e, oltre, risalgo la valle fino a tornare sulla strada principale. Nel retrovisore vedo solo i dolci declivi delle colline e il rilassante verde delle foglie. Spariti sassi, sabba, torture e leggende. Sparita anche l’atmosfera magica che mi ha rapita per qualche ora. Guardo ancora, poi accosto, mi fermo e mi volto indietro pensando alle donne, alle erbe e all’incanto totale che ho vissuto per qualche ora.