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Il colore dei tetti di Firenze

Carla Diamanti
23 Gennaio 2020

Quattrocento o poco più. Perdo i dettagli mentre salgo gli scalini che portano sul campanile del Duomo di Firenze. Provo a contarli per un po’, come per aiutarmi nell’impresa. Poi mi perdo e comincio a pensare, col fiato sempre più corto, a chi questi scalini li saliva per costruire, definire, ritoccare, mantenere. A chi aveva avuto una visione e che aveva saputo animare con il genio realizzando un prodigio.

Alla prima occasione mi fermo. Lo fanno tutti, e per volere dei costruttori. Un pianerottolo aperto su quattro lati, un’anteprima di ciò che mi aspetta in alto. Firenze comincia ad allontanarsi, lo sguardo comincia ad abbassarsi per cogliere la città, ma non è ancora abbastanza. Salto da una pietra all’altra passando lungo il cornicione interno pensato per avvicinare chi sale alle aperture. Guardo in tutti e quattro i lati, comincio ad avere un’idea, riparto. L’aspettativa ha messo le ali al fiato, torno a salire dimenticandomi della fatica, soprattutto del conteggio degli scalini.

In alto il respiro si ferma. L’ultimo gradino catapulta verso una dimensione parallela, dove lo sguardo spazia in ogni direzione, dove sembra poter toccare con mano la quinta di colline, dove anche a volersi impegnare non si riesce a trovare nulla che sembri fuori posto. Il verde che digrada nei toni che mutano con le distanze, i tetti tutti uguali, il rosso delle tegole che si fa largo e si adagia ai piedi del verde. Sotto, la pietra, colore dell’ambra, avvolge tutto il resto. Armonia pura, dove lo sguardo corre senza fermarsi, dove tutto è meraviglia, dove la bellezza rincorre la bellezza. Dall’alto la città si svela con le piazze, le strade, le torri, i palazzi. La gente. Di qua la cupola del Duomo, imponente, che si riappropria dello spazio senza però schiacciare nient’altro. Quando il crepuscolo avanza rubando la scena al sole, le luci di Firenze la fanno ancora più morbida, più attraente. Non importa che sia un giorno qualunque, da quassù i giorni perdono il loro contorno, le luci sfumano, le voci spariscono. Da quassù lo sguardo è padrone di cercare, di fare il giro e poi di tornare ad aggrapparsi inesorabilmente a quella cupola invidiata da tutti. Dentro, quella cupola racconta di sogni e di scommesse, di sfide e di giganti, di forme e di colore, di spazio e di figure che seguono le forme curve, che si piegano con la sagoma, che non si lasciano cogliere mai per intero, mai come si vorrebbe. Dentro, quella cupola è un altro viaggio. Che ruba la scena al paesaggio, che richiama all’interno nonostante la bellezza dell’esterno, che impone umiltà, riflessione e fatica. Insomma, quella cupola e, ancora, un’altra storia.

 

 



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