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Il cuore del riso nella regione di Meiwa, in Giappone

Carla Diamanti
28 dicembre 2017

SN3O4800

Fra tutti i templi giapponesi, in quello di Ise si deve obbedire al maggior numero di regole. Perché in questo luogo a metà strada fra Tokyo e Osaka ci si reca per una ragione molto importante. Qui da secoli si venera Amaterasu Ōmikami, la dea del sole, considerata come la più importante divinità della mitologia giapponese, dispensatrice di pace e ricchezza a tutto il Paese. Per ottenerne il favore era costume che a ogni cambio di regno, una giovane principessa giungesse in questo luogo per consacrare la propria vita ad Amaterasu. Il suo compito principale era di pregare la dea per conto dell’imperatore e per il bene di tutto il Paese. Prima di lasciare la capitale, la Saiô (così si chiamavano le ragazze nubili della famiglia imperiale) doveva sottoporsi a un bagno rituale per purificare corpo e spirito; solo successivamente poteva partire verso la terra di Saikû che avrebbe raggiunto dopo un viaggio di cinque notti per diventare il tramite fra gli uomini e la dea.

Si racconta che Saikû, cioè il luogo in cui si trovava la residenza della principessa e quelle di funzionari, avesse centinaia di edifici disposti in modo simmetrico e ordinato, e che fosse una sorta di appendice della capitale imperiale. La vita della Saiô trascorreva fra preghiera ed eleganza, tra dedizione alla divinità e abitudini legate al suo status imperiale. Per esempio, i componimenti poetici o la contemplazione dei fiori, sempre avvolta nel suo sontuoso abito imperiale.

In oltre sei secoli e mezzo furono circa 60 le Saiô che vissero a Saikû, che si trova nell’odierna città di Meiwa. La pratica cessò 700 anni fa: da allora gli abitanti del luogo continuarono a raccontare la storia delle principesse imperiali ma il luogo cadde nell’oblio.

Dal 2015 la storia delle Saiô è stata riconosciuta come patrimonio culturale del Giappone e Meiwa, circondata da un paesaggio incantevole, è tornata alla ribalta non soltanto per l’antico Saikû ma anche per il suo ricco patrimonio di tradizioni.

Tra queste c’è la produzione del sakè, in particolare di quello conosciuto come “Shinto no Inori”, cioè “preghiera nella città degli dei”.  I sette rituali che scandiscono il ciclo produttivo svolto interamente sul posto e rigorosamente a mano, cominciano con le cerimonie di maggio, il momento della semina. A settembre, quando il riso è pronto per il raccolto, vengono eseguite musiche composte in onore di questo liquore diventato ormai un veicolo per la trasmissione culturale del territorio. Procedimento e rituali sono frutto di una minuziosa ricerca storica realizzata dall’università di Meiwa in collaborazione con due case produttrici. Ingrediente essenziale è il riso Kami no Hino (cioè “spiga degli dei”) originario di questa regione che viene coltivato e raccolto nelle risaie locali dagli studenti coinvolti in questo importante progetto di recupero. Il loro ateneo, Kogakkan, è uno dei rari centri di studio dello scintoismo dell’arcipelago ma è anche l’unico a dedicare addirittura un corso di studi a questo particolare tipo di sakè.

Due anime, due varietà di sakè. Una, maschile, è più secca e asciutta, l’altra, femminile, più dolce e frutto di una più lunga fermentazione. Accompagnano i piatti della ricca gastronomia locale, espressione di una terra fertile e bagnata dal mare, a metà strada fra Tokyo e Osaka. Così, grazie alla caparbia dei ricercatori, alla ricchezza del territorio e – chissà? – all’intervento della dea, oggi la fabbricazione tradizionale del sakè ha prodotto un miracolo e la regione di Meiwa è tornata a vivere e a farsi conoscere dal mondo intero.


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