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Il linobanfismo è una realtà: così possiamo essere tutti mediocri allo stesso modo

Alessia Laudati
5 Febbraio 2019

Lino Banfi nominato nella Commissione italiana per l’Unesco porta all’estero l’immagine di un Paese nel quale aver studiato non conta e dove l’essere competenti – ovvero possedere un sapere riconosciuto rispetto a un determinato campo – può essere irrilevante se tanto c’è la simpatia. L’Unesco non è un posto qualunque. È un’agenzia dell’Onu che ha tra le sue finalità promuovere l’educazione, la cultura e lo scambio intellettuale. Investire di un incarico del genere una persona che, pur rispettabilissima, pubblicamente ha ridotto l’importanza della cultura accademica – il motto della candidatura è stato “basta con questi plurilaureati” – non suona tanto come una provocazione, ma come un vero e proprio progetto politico. Il frutto di un disegno più ampio, che guarda al merito con sospetto per fare in modo che possiamo essere tutti mediocri – nel senso di non specializzati – allo stesso modo.

Perché questa posizione un po’ paradossale è però così condivisa? Perché nella testa di tanti sarebbe la realizzazione di un vero sistema di uguaglianza. Se nessuno è primo, siamo tutti secondi, quindi siamo tutti uguali. Per questo chi si eleva o si differenzia è nel torto. Solo che il concetto di uguaglianza non prevede di rimanere tutti allo stesso identico livello, ma di dotare tutti gli individui delle stesse possibilità e degli stessi mezzi di partenza per poi lasciare posto alle singole capacità e all’affermazione delle differenze.

Eppure di cosa ci stupiamo. Sono anni che la meritocrazia non è coltivata come obiettivo primario della nostra società. Sono anni che non discutiamo pubblicamente di come il diritto allo studio garantito dall’esistenza di un’Università pubblica accessibile a tutti a prescindere allo status economico di partenza, manchi di solidi parametri successivi per l’individuazione, la premiazione e soprattutto la promozione del merito. E quanto è difficile oggi ottenere un posto di lavoro se non si è “amico di” o se non ci si trasforma in yes men nei confronti del capo o del leader politico di riferimento?

Queste fragilità sociali e politiche hanno fornito un assist preziosissimo a chi oggi guarda la competenza con sospetto e a chi preferisce coccolare il rancore degli elettori con la promessa che l’ingiustizia di essere secondi sarà sempre più una rarità, piuttosto che offrire loro soluzioni per la costruzione di un sistema davvero più equo.



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