Lifestyle

Il peso del green washing: è tutto etico ciò che è “verde”?

Alessia Laudati
12 Marzo 2019

I superfood sono belli e salutari ma non sempre il loro consumo nasconde scelte a basso impatto ambientale e sociale.

Cavolo nero, patate dolci, quinoa, avocado. Se non abitate su Marte ne avete sentito sicuramente parlare; probabilmente li avete anche assaggiati; nella maggior parte dei casi vi sono pure piaciuti. I loro nomi evocano lidi lontani e a livello di branding sono prodotti che profumano tantissimo di esotismo. Così i superfood – uno dei nomi degli alimenti vegetali caratterizzati da alti nutrienti e poca lavorazione industriale – sono diventati di moda, specialmente tra chi è vegano o vegetariano.

In America l’organizzazione animalista Peta (People for the Ethical Treatment of Animals) li consiglia per portare avanti una dieta sana e rispettosa degli animali. Per questo sono diventati velocemente il simbolo di uno stile di vita healthy e responsabile. Ma attenzione, perché sano non vuol dire per forza etico; ed essere consumatori con i trigliceridi a posto non significa automaticamente diventare acquirenti consapevoli di come le nostre scelte alimentari abbiano un impatto immediato sull’ambiente (inteso come fauna e come flora) e sulla società. Insomma, mangiare ciò che a livello di immagine ci viene proposto come salubre non significa salvarsi dall’ipocrisia del green washing.

Per esempio c’è da chiedersi se il successo dell’avocado in Occidente e in Asia e la sua perenne disponibilità a prescindere dalla stagione di maturazione, produca o meno una coltivazione intensiva del frutto tale da causare un disboscamento massiccio del territorio sudamericano. Lo stesso vale per la quinoa, un altro alimento tipico delle zone delle Ande.

Poi c’è il discorso sociale e antropologico: quello della cosiddetta food gentrification. Ossia di come alimenti tradizionali appartenenti alle diete di alcuni consumatori specifici – ad esempio particolari gruppi etnici –grazie alla moda e al commercio su scala globale siano interessati da aumenti di prezzo che renderebbero impossibile o molto difficile l’approvvigionamento per questo tipo di consumatori. Negli Stati Uniti il cavolo nero e le patate dolci sono cibi iconici della soul food, la cultura culinaria degli afro-americani e degli stati del Sud. Oggi possiamo trovarli facilmente nei piatti di qualche grande chef di alta cucina. Un po’ come se la ribollita toscana subisse un aumento di prezzo pari al costoso foie gras. Così se il cibo è cultura, radici, identità, appropriarsi del passaporto di qualcun altro può apparire come un gesto di espropriazione vero e proprio. Come se qualcuno occupasse abusivamente la tua casa spingendoti fuori, nel segno di quanto già avviene per gli ex quartieri popolari delle nostre città che diventano luoghi per persone più ricche e benestanti e di conseguenza inaccessibili per gli abitanti originari.

E se il verde accieca a noi spetta il compito di vederci sempre meglio.

 

 



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