Fashion

Il versatile giubbotto in blue denim

Marisa Gorza
24 ottobre 2012

Versatile, trasversale, polisemica… la tela dei jeans è sulla cresta dell’onda da almeno 150 anni. Anzi, da ben oltre se scaviamo alle radici delle sue  origini! Il suo antenato più credibile, il fustagno di Genova (Gênes: da qui la nota etimologia) veniva già prodotto in epoca rinascimentale ed era molto richiesto sul mercato inglese. Nel Settecento, con sfacciata concorrenza,  si diffuse un prodotto francese chiamato denim da “serge de Nimes”, una robusta stoffa di cotone color indaco. Di stirpe italica o francofila, sarà però solo nella seconda metà dell’Ottocento, durante la corsa all’oro americana, che il tessuto verrà utilizzato per confezionare pratici abiti da lavoro. Grazie alla caratteristica resistenza all’usura, i primi pantaloni jeans dalle comode cinque tasche furono così indossati da workmen, minatori  e mandriani dei ranch. E come mai diventarono un capo tanto alla moda? Già negli anni Trenta i cow boy,  protagonisti dei mitici film western, indossavano i blue denim jeans che davano loro una rude immagine da macho. Via, via il cinema e la fotografia se ne impossessarono in pieno. Anzi Hollywood ne fece l’emblema vestimentario dei giovani ribelli, indossato da James Dean e compagni nel film “Gioventù bruciata”. Per non parlare del mondo del rock  i cui riferimenti non si contano più. Ai pantaloni bell bottom, che dagli anni Cinquanta in avanti avrebbero cambiato la fisionomia  di ogni città e paese, si univa il giubbotto, sempre in tela denim e dallo sprone sagomato come le camicie dei cow boy (sempre loro!). Sì, proprio quello  sfoggiato da Elvis Presley nelle sfrenate performance rock’n’roll. L’appeal della gagliarda trama è diventato sempre più pregnante enfatizzato dall’immaginario creato dagli stilisti che, da materia prima per indumenti simbolo di anticonformismo e di un mondo eversivo, la rendevano espressione  di uno chic sensuale e grintoso. Sia maschile che femminile.

 

Mito in versione up to date
Il mito del giubbotto in denim sopravvive a mutamenti di trend e fashion. Pronto ad essere indossato e riparare dalle prime brezze anche in questo scorcio di fine estate. Pronto da far girare sia sullo svolazzante abitino, sia sugli inseparabili jeans,  compagni d’avventura, o magari rendere più disinvolti gli impeccabili, classici calzoni di un uomo di stile.
Eccolo nella sportiva interpretazione Just Cavalli in corposo denim deep blue, reso femminile dai motivi criss-cross sul davanti e lungo le maniche, nonché le impunture a contrasto, triple e reiterate. Si abbina alla camicia in seta laserata e calzoni skinny a righe sfumate, ma piace anche sul miniabito dal taglio ad A alla Swinging London anni ’60, o sul gonnellone folk, ricordo delle vacanze, o su quant’altro. Secondo la personale creatività.

Decisamente glamour e giocosa la versione dedicata da Philipp Plein ad una donna dallo stile eclettico, un po’ cow girl, un po’ biker, un po’ hippie. Il suo giubbotto passe-partout, nella tela dei jeans scolorita ad arte, è sagomato da furbe cuciture ed ha spalle importanti, enfatizzate da una manciata di autentici cristalli Swarovski. La citazione rock alla Marianne Faithfull è stemperata dal tocco couture.

Dello stesso stilista il bomber maschile, anzi… da vero macho, che evoca con divertita ironia il genere American Vintage. Il denim molto scuro è percorso da pennellate candide, con un gradevole effetto vissuto, mentre i bottoni metallici  sono qua e là sostituiti da piccoli teschi cesellati. Originali e ricercate pure le costure imbottite intorno alle spalle e lungo le maniche. Un look forte e piuttosto fuori dal comune.

Il capo proposto da Dirk Bikkembergs è fornito di tutti i dettagli e i crismi del chiodo più basic. Cioè forma rètro e sportiva interpretata con una  tela in intense cromie indaco, rivetti metallici, più collo, polsi, sprone tratteggiati da cuciture a vista, compreso il doppio, tipico arco delle tasche. Tuttavia ha il comfort e la scioltezza di una camicia da infilare, o meno, nei jeans risvoltati all’orlo. Sempre con quel quid cameratesco propriamente maschile. Idee che attingono ad un eccitante passato, forse per creare una musica nuova da un vecchio 78 giri.

 

Marisa Gorza


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