Cultura

Intervista a Claudio Coviello: primo ballerino ed eccellenza della danza

Emanuela Beretta
23 Settembre 2019

Claudio Coviello è primo ballerino del Teatro alla Scala. Classe 1991, intenso nello sguardo quanto nel gesto sul palco, oggi è senz’altro uno dei talenti della danza nazionale e internazionale. Proprio in questi giorni va in scena al Piermarini con Giselle, che fu il suo primo ruolo da protagonista. È stata proprio una sua struggente interpretazione del principe Albrecht, nel dicembre 2013, che gli valse la promozione sul campo a primo ballerino.

Nel dietro le quinte abbiamo cercato di catturare i suoi stati d’animo.

Che bambino era Claudio?
Sono sempre stato un bambino silenzioso, timido, ma allo stesso tempo solare. A causa della mia timidezza parlavo poco e, a 10 anni, il mio trasferimento alla Scuola del Teatro dell’Opera di Roma, l’allontanamento dalla mia famiglia, mi resero allora lievemente insicuro.

Come e quando è nata la passione per la danza?
All’età di 5 anni, durante le vacanze estive in spiaggia mi cimentavo in balli di gruppo: è cominciato tutto così… Ho conosciuto la danza, che da gioco si è trasformata ben presto in una vera grande passione e poi in un lavoro a tempo pieno.

Che cosa significa danza per te?
Per me danza è espressione. Ho fatto un profondo lavoro interiore per imparare a comunicare e questo mi ha portato a trasformare quel bimbo introverso che ero nell’uomo consapevole che sono oggi.

Che cosa significa essere un giovane primo ballerino del Teatro alla Scala?
Certamente è per me un grande orgoglio e provo una profonda riconoscenza per questo. L’orgoglio di essere all’altezza di questo ruolo ed essere un esempio per altri ballerini; la gratitudine verso i miei maestri, per aver creduto in me. Ma penso che questo riconoscimento non mi abbia davvero cambiato: sono sempre stato molto focalizzato sul mio lavoro ed è stata una conferma del mio impegno, il raggiungimento di un obbiettivo che sempre ho perseguito.

Quale è il tuo stato d’animo prima di entrare in scena?
Agli inizi della carriera affrontavo il palcoscenico con una certa ansia. Con l’esperienza ho maturato una grande consapevolezza e oggi la gioia immensa che provo nel salire sul palco equivale ad uno stato di pura adrenalina.

Come è la vita di un ballerino?
A scuola ho imparato che per arrivare alla perfezione si deve avere una ferrea disciplina. Da ragazzino dovevo rinunciare alle feste, agli amici: si potrebbe pensare ad una vita di sacrificio, certo, ma tutto è stato ripagato dalla gioia di questo lavoro. Anche quando sono in vacanza il pensiero è sempre polarizzato sulla forma fisica e sullo spettacolo che verrà: rimango focalizzato, determinato e costante.

Ci sono dei rimpianti?
Non parlerei di rimpianti, ma di certo ho dovuto fare dei sacrifici, soprattutto negli affetti. L’allontanamento da piccolo dalla mia famiglia, dai compagni di scuola, all’inizio mi è pesato; ma la passione ha prevalso e devo dire che ne è valsa assolutamente la pena.

Esiste la rivalità tra i colleghi?
La definirei, piuttosto, una sana competizione. È una spinta costante, che ti porta a prendere esempio e spunto da tutti, per arrivare alla qualità della perfezione.

Qual è il coreografo che porti nel cuore? E il personaggio che senti più simile a te?
Senz’altro Kenneth MacMillan. Il suo Romeo e Giulietta è il balletto che amo di più: il protagonista incarna quello che realmente sono. È sempre un’emozione immensa interpretarlo.

Quanto studio richiedono i personaggi che prepari?
Tanto. Io sono un perfezionista e quindi mi documento, leggo libri, guardo film e prendo spunto da altre esecuzioni per rendere al meglio le mie interpretazioni. Cambio veste e vivo profondamente quel personaggio.

La danza è ancora considerata arte di nicchia: come renderla più vicina al grande pubblico?
Abbiamo i teatri più belli al mondo e ballerini superlativi, ma la danza è un’arte ancora poco diffusa. Secondo me potrebbe essere un veicolo efficace trasmettere più balletti in prima serata TV, ma anche documentari su questo nostro mondo, incursioni nel backstage dei teatri, interviste… Anche i social sono una vetrina interessante, un mezzo per farci conoscere realmente per quello che siamo: ragazzi normali, entusiasti e appassionati, con un lavoro tanto duro quanto ricco di soddisfazioni.